Ricodato ancora oggi come uno degli attaccanti più forti della storia della Salernitana, David Di Michele ha indossato la maglia granata per tre indimenticabili stagioni e rappresenta l'emblema di un calcio che non c'è più, quello in cui i giovani esordivano in serie A a 20 anni e riuscivano a fare la differenza a cospetto di tanti campioni affermati. Come dimenticare il suo gol a San Siro, le 23 reti della stagione successiva, l'eurogol da 30 metri con la Pistoiese e la lacrime sincere al termine della maledetta partita con il Piacenza. Intervistato telefonicamente dalla redazione di TuttoSalernitana, Re David ha dichiarato quanto segue:
Lei è il doppio ex della sfida di questa sera. Che tipo di gara dobbiamo immaginare?
"Le difficoltà vanno messe sempre in preventivo quando affronti una squadra retrocessa dalla A, ancor più se ci sono tanti calciatori indisponibili per infortunio. Il Chievo ha tutte le carte in regola per credere fino alla fine nel salto di categoria, ma guai a sottovalutare questa Salernitana. Ha un grande allenatore, una società solida, una squadra competitiva e gioca all'Arechi: è uno stadio che garantisce sempre una spinta importante, che incide. Mi sembra che ci sia stata una inversione di tendenza rispetto alla passata stagione, questi primi risultati hanno trasmesso serenità e fiducia a tutto l'ambiente e i granata devono continuare così. Battendo il Chievo si lancerebbe un bel segnale"
Eppure parte della tifoseria contesta Lotito, complice il discorso multiproprietà e la presenza in rosa di tanti calciatori provenienti dalla Lazio...
"Non criticherò mai la tifoseria di Salerno: se hanno deciso di contestare la società avranno i loro buoni motivi. Personalmente il mio auspicio è che si possa creare un clima sereno e che si riescano a scindere le due cose: legittimo avere una propria idea anche dura nei confronti dell'operato del patron, ma l'apporto alla squadra non deve mai mancare. Sarebbe dannoso per i calciatori non poter contare sulla spinta della tifoseria, so benissimo quanto quella curva può dare a chi scende in campo. Non penso che Lotito non voglia andare in serie A; c'è il discorso della doppia proprietà che rappresenta argomento di discussione, ma quando punti su Ventura è evidente che l'obiettivo è quantomeno provarci. La Salernitana in serie A sarebbe un vantaggio anche per lui, sotto tanti aspetti. Sarebbe più semplice anche valorizzare talenti in ottica biancoceleste, sebbene sia comprensibile che il pubblico non apprezzi molto questo tipo di strategia".
Lei da qualche anno lavora nel settore giovanile del Frosinone. A Salerno, al nono anno di gestione Lotito-Mezzaroma, si fa fatica a creare basi importanti. E' davvero così difficile?
"Per ricostruire ci vuole sempre tempo, ma è un discorso lungo che andrebbe affrontato con calma e a 360°. I tempi sono cambiati, non c'è più la qualità di una volta: se una società come la Salernitana svincola 40-50 giocatori ci sarà un motivo, non credo si lascino sfuggire talenti di prospettiva. Naturalmente girare a Salerno i giovani della Lazio toglie spazio a chi è di Salerno e sogna di indossare la maglia granata, ma il ruolo dell'allenatore diventa fondamentale: con dirigenza e proprietà si deve trovare una strategia comune che preveda il lancio di un giovane in prima squadra senza paura delle conseguenze. Se non diamo possibilità a qusti ragazzi non potremo mai sapere se sono o meno all'altezza. Oggi, però, tutto ruota intorno al risultato e non va bene: come può uno staff tecnico lavorare alla crescita di prima squadra e settore giovanile se dopo due sconfitte di fila viene messo in discussione? Una società forte alle spalle permette di superare le critiche e di avviare un progetto di crescita che richiederà tempo, ma darà i suoi risultati".
Angolo amarcord. Tre anni a Salerno: gol a San Siro, vicecapocannoniere in B, reti salvezza e poi un addio utile a ripianare i debiti della società di Aliberti. Ricordi più belli?
"Ce ne sono tanti. Arrivai giovanissimo ed ebbi la possibilità di esordire a Roma, contro la mia squadra del cuore, all'Olimpico e in uno stadio pieno. Cosa potevo chiedere di più? Sembrava un sogno, era invece la mia nuova vita ed una splendida realtà. La settimana successiva giocammo in casa col Milan, c'erano 40mila persone: ero in panchina e guardavo quel muro umano, mi sembrava di vedere gli Ufo e di essere su un altro pianeta. Mentre parlo con te mi vengono ancora i brividi. In campo l'adrenalina era sempre a mille, anche grazie al pubblico vincemmo una marea di partite casalinghe contro squadre più accreditate. In B, l'anno dopo, segnai all'esordio proprio contro il Chievo e fu una stagione strepitosa...".
Poi uno strappo improvviso con parte della tifoseria...
"Furono interpretate male alcune mie dichiarazioni e si creò un clima che non aiutava. Per fortuna nel tempo ci siamo capiti a vicenda e sono felice di essere apprezzato dai tifosi della Salernitana. Ero giovanissimo, credo fosse fisiologico dopo un anno di A e i 23 gol di B ambire ad una grandissima realtà della massima serie. Mi volevano in tantissimi, l'ambizione da calciatore e da professionista mi spinse a fare delle richieste che non furono accolte dalla società. Ci sono treni che passano soltanto una volta nella vita e nella carriera, questo non vuol dire che a Salerno stessi male. Tutt'altro! Andai via un anno dopo e con altri 13 gol all'attivo, quello che conta è che la gente ha compreso le mie esigenze mostrandomi affetto e stima. Sentimenti assolutamente ricambiati".
I gol più belli?
"Ce ne sono tanti. Sicuramente il pallonetto contro il Napoli rappresenta un ricordo bellissimo, indelebile. I gol facili non mi sono mai piaciuti, avessi saputo fare anche quelli potevo ambire ad una carriera ancora più importante. Scherzi a parte aggiungerei anche la rete da 30 metri con la Pistoiese, lo slalom con la Sampdoria, il gol del vantaggio a San Siro. Quei tre anni a Salerno sono stati bellissimi, li porterò sempre con me. A 20 anni giocavo davanti a 40mila spettatori, con la maglia granata e contro le più grandi squadre italiane: cosa potevo chiedere di più?.
Peccato per quella retrocessione dalla A. Se Oddo fosse arrivato prima?
"Il vero dramma fu la morte dei 4 ragazzi del treno, una tragedia immane. Sul campo demmo tutto, con i se e con i ma non si può fare nessun ragionamento. Di certo c'è che con Oddo le cose andarono benissimo e ci togliemmo tante soddisfazioni"
Aliberti ha spesso detto che quella retrocessione fu frutto di situazioni strane, di risultati particolari e di torti arbitrali preconfezionati. Lei cosa ne pensa?
"Non sta a me dire nulla: non so cosa eventualmente sia successo, non mi va di parlarne. Mi limito a ricordare che quella squadra raschiò il fondo del barile, fece di tutto per raggiungere l'obiettivo salvezza e portammo 10mila persone a Piacenza perchè tutti ci credevano assieme a noi. L'avversario non mollò di un centimetro fino alla fine, fa parte del calcio e accettammo a malincuore il verdetto perchè avevamo dato l'anima per la Salernitana. Eravamo un gruppo giovane, ma composto da gente forte. Ragazzi che misero sotto i campioni della A in uno stadio da pelle d'oca".
Quindi è d'accordo con Lotito quando dice che il pubblico fa la differenza...
"Assolutamente sì. L'Arechi è la linfa della Salernitana. Il pubblico determina, aggiunge punti, fa vincere tante partite. Quando sei in campo e vedi quel muro umano corri dieci volte di più, trovi delle energie inaspettate. E' determinante, chi ha giocato a Salerno in quegli anni sa di cosa sto parlando. Nelle difficoltà guardavamo la curva e ci sentivamo più forti. Agli avversari tremavano le gambe, da noi perse anche la Juventus di Henry e Zidane. Se la tifoseria darà sempre il suo contributo sarà il valore aggiunto fondamentale che aiuterà a credere in un grande sogno".
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