Ci sono firme che si appongono e firme che si strappano dall'anima. Quella di Serse Cosmi sulla carta che lo lega ancora alla Salernitana appartiene alla seconda categoria. Lo ha detto lui stesso, sulla spiaggia di Santa Teresa, tra il sale dell'aria e il calore viscerale di una città che non sa amare a metà: «Oggi si è concluso un parto». Non una metafora leggera, non una boutade da conferenza stampa. Un parto. Qualcosa che nasce tra il dolore e la speranza, che lascia il segno nel corpo di chi lo compie.
Eppure il dolore c'è, e Cosmi non lo nasconde. C'è la stagione che è sfumata nei playoff, c'è il Brescia che ha spento la luce al momento sbagliato, c'è quell'immagine di una nipotina da portare sotto la Curva Sud che è rimasta solo un sogno raccontato a voce bassa. «Sognavo di portare la mia nipotina sotto la Curva Sud», aveva detto. Non è accaduto. Ma lui è rimasto.
Rimasto, quando avrebbe potuto andare. Quando l'incertezza societaria, Iervolino che cede o non cede, Faggiano che aspetta istruzioni che non arrivano, un mercato congelato in attesa di uno scioglimento che si fa attendere, avrebbe giustificato qualsiasi addio dignitoso. «Non avevo il minimo dubbio per quel che mi riguardava», ha dichiarato, «lo avevo espresso cinque minuti dopo la partita col Brescia». Cinque minuti. Mentre i compagni piangevano negli spogliatoi, mentre i tifosi masticavano amaro sugli spalti, lui aveva già deciso. Aveva già scelto il secondo tempo.
Questo è l'uomo. Non un tecnico che torna perché non ha altre offerte,. ha sessantotto anni, una carriera che attraversa l'Italia per trent'anni, dalla Serie A all'ultimo treno della C, ma un allenatore che torna perché sente di avere un debito. «Mi dispiace non aver condiviso con loro quello che volevano. C'è però un anno intero per rimediare e farò di tutto per rimediare.» La parola rimediare, pronunciata due volte in una sola frase, non è retorica. È il vocabolario di chi ha la coscienza che brucia.
Il paradosso è che Cosmi deve rimediare con meno. Con un bilancio che la società ha già dichiarato ristretto, con un mercato che sarà ancora parsimonia e non abbondanza, con la Serie B come orizzonte da raggiungere non correndo ma tenendo il passo. «Ai calciatori ho detto una cosa: non chiedo impegno ma dedizione», aveva scandito a febbraio, aprendo il vocabolario e leggendo la differenza parola per parola. La distinzione non era pedagogia da spogliatoio. Era il programma. Quando i mezzi scarseggiano, ciò che avanza è il carattere.
«Sono in un'età dove ritengo sia più importante dare», ha detto dopo una vittoria nei playoff. Dare. A sessantotto anni, con la carriera che potrebbe chiudersi in qualsiasi momento senza rimpianti, l'uomo che ha allenato Perugia in Serie A, che ha portato squadre alla salvezza quando tutti le davano per perse, sceglie di continuare a dare. A Salerno. A questa città che «non ho mai visto bambini, donne, adulti e anziani essere così visceralmente legati alla propria città e alla maglia della propria città».
C'è qualcosa di antico in questa storia. L'allenatore che non fugge dopo la sconfitta, che non negozia bonus e garanzie prima di firmare, che accetta il vincolo di un bilancio esile perché sa che la storia non si scrive con i soldi. Si scrive con il coraggio. Con la capacità di fare di più con meno. Con quella dedizione, sempre quella parola, che trasforma un organico normale in qualcosa che supera la somma delle sue parti.
Se Cosmi riportasse la Salernitana in Serie B con i mezzi che gli verranno messi a disposizione, non compirebbe un'impresa tecnica. Compirebbe qualcosa di più raro: dimostrerebbe che esiste ancora un calcio in cui il valore di un uomo conta quanto il valore di un monte ingaggi. Scriverebbe il suo nome nella storia granata non come l'allenatore arrivato nel momento glorioso, ma come colui che tornò nel momento più complicato, che accettò il parto lungo e difficile di una firma, e che tenne fede alla promessa fatta cinque minuti dopo la sconfitta.
«A Salerno sono tutti ultras», ha detto Cosmi sulla spiaggia. Ha ragione. Ma in questo momento, l'ultras più testardo di tutti è lui.
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