Si può dire che in alcune occasioni abbia sbagliato sul piano della comunicazione sminuendo la storia della Salernitana e innescando una serie di polemiche con una piazza che, nei primi anni, gli ha garantito sostegno e affetto come forse a Roma non era mai accaduto. Si può rispettare il ragionamento sul legame con la Lazio, visto che in diverse circostanze l’arrivo di un calciatore era legato a prospettive a tinte biancoceleste. Come se poi avere alle spalle una società di caratura internazionale fosse un male e non un enorme vantaggio.
Ma la storia e i fatti non ammettono interpretazioni e, al di là degli eccellenti risultati sportivi, non si può negare che Claudio Lotito e Marco Mezzaroma aggiungano la proverbiale beffa al danno comunque vada a finire la trattativa per la cessione della Salernitana. Proviamo a mettere da parte pregiudizi e antipatie e ragioniamo dal punto di vista imprenditoriale. Lotito e Mezzaroma hanno preso il club da un fallimento, garantendo l’iscrizione in D e investendo milioni di euro per portare la Bersagliera dai campi sterrati della quinta serie alla A, con 4 campionati vinti in 9 anni e mezzo, due coppe in bacheca, i lavori per il manto erboso di Arechi e Volpe, il restyling del Mary Rosy e un bilancio in attivo e senza perdite.
La FIGC, tuttavia, in un contesto di drammatica crisi economica e con tantissime società di calcio che nel frattempo sono saltate pensò bene di individuare nella Salernitana il problema dello sport italiano e vietava la prosecuzione del percorso imprenditoriale per la famosa normativa sulla multiproprietà. E allora immaginate la scena. Lotito e Mezzaroma investono fior di quattrini portando la Salernitana in serie A, sono proprietari di un bene ma la FIGC impone la vendita stabilendo tempi e modalità. Tutto a favore del compratore e con la stima sul reale valore del club (circa 60 milioni di euro) che va a farsi benedire rispetto alla minaccia di estromettere la squadra dal campionato di serie A malgrado il parere negativo delle altre 19 partecipanti.
Nel gennaio del 2022 incassano 5 milioni di euro a testa, mentre il nuovo arrivato (oltre agli innegabili investimenti) trova la tavola apparecchiata e le garanzie costituite dai 32 milioni di euro annui dei diritti televisivi, le sponsorizzazioni, una base di 15-18mila paganti a partita, un parco giocatori dal valore importante, una visibilità e un prestigio non di poco conto e un ambiente carico a mille.
E Iervolino (legittimamente, sia chiaro) appena 4 anni e mezzo dopo mette in vendita la società ritrovandosi in serie C a una somma quasi simbolica, con incassi legati a eventuali promozioni future e a un imprenditore che dovrà dimostrare sul campo la sua reale capacità economica di accontentare i sacrosanti desideri della piazza e di una città che ha voglia di emozionarsi ancora dopo il triennio peggiore della storia. A costo di risultare impopolari e rispettando in pieno ogni opinione, riteniamo oggi più che mai che Marco Mezzaroma avesse il diritto e il dovere di restare al timone della Salernitana, capitalizzando l’investimento fatto per dieci anni e guidando i granata in A senza imposizioni federali.
E chi continua a puntare il dito contro gli “odiati romani” ricordi che, se avessero voluto portare avanti una legittima battaglia per quello che fu definito ironicamente “esproprio proletario”, non avrebbero iscritto la Salernitana né accettato di ricorrere al trust che, di fatto, ha agito autonomamente accettando alle 23:59 l’unica proposta ritenuta seria e concreta, ma a una somma sei volte inferiore a quanto i disponenti auspicavano di incassare.
“Mi avete voluto fuori, ecco i risultati. Quella Salernitana valeva 100 milioni di euro, ci hanno costretto a vendere” disse Lotito durante il Gran Galà del Calcio che si tenne a Latina nel novembre 2024, mentre Mezzaroma tempo addietro salutava Salerno con un mix tra malinconia e rabbia. Sentimenti derivanti dal mancato appoggio di una città che, all’epoca, avrebbe dovuto schierarsi con gli artefici di un miracolo sportivo e non con chi poi è stato duramente contestato per il caso Sampdoria. Tanti soloni e opinionisti tv e del web, tra teorie fantascientifiche su galleggiamenti e freni a mano, dovrebbero oggi recitare un mea culpa accettando la realtà dei fatti: Lotito, Mezzaroma e Fabiani avevano fatto un capolavoro (e basta dire che si andò in A per caso! La rosa era altamente competitiva e saggiamente allenata) e meritavano di proseguire la loro esperienza. Quantomeno di cederla senza pressioni esterne.
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