Questa manita al Vigorito può diventare lo schiaffo salutare che costringe tutti – allenatore, ds e proprietà – a smettere di giocare con il fuoco e a fare finalmente scelte vincenti. Se la lezione entra nella testa giusta, Benevento-Salernitana 5-1 può essere ricordata come la notte in cui si è toccato il fondo per dare la spinta verso l’alto, non come l’inizio del declino.
Una scoppola che apre gli occhi
Il derby ha certificato che questa Salernitana, quando si spegne la luce, passa in 10 minuti da squadra da vertice a gruppo da figuraccia storica. Primo tempo di grande coraggio e occasioni a ripetizione, poi blackout totale, difesa in tilt e Benevento che passeggia fino al 5-1 come se stesse giocando una partitella del giovedì. Proprio perché la batosta è così pesante, diventa impossibile minimizzare: non si può più parlare di “episodio”, qui c’è una struttura che non regge alla prima raffica di vento.
Raffaele, basta alchimie da aspirante stregone: ognuno al suo posto
A Benevento il tecnico ha proposto l’ennesima versione “camaleontica” della squadra, con cambi di modulo in corsa, adattamenti sugli esterni e difesa a quattro senza veri terzini, finendo travolto in campo aperto. La sensazione è che Raffaele, nel tentativo di essere l’“innovatore” del girone, stia facendo l’aspirante stregone in un campionato dove chi sbaglia un dettaglio paga con tre gol in dieci minuti.
Il primo passo obbligato è la normalità: basta esperimenti, basta esterni nati trequartisti trasformati in quinti, basta difensori centrali buttati sulle fasce a rincorrere ali rapidissime. Ferraris va riportato vicino alla porta come seconda punta, dove sa combinare con il centravanti e attaccare l’area, non lasciato a fare la mezzala improvvisata a tutta fascia, perché poi non chiude sugli uno contro uno decisivi. Da Benevento in poi, meno lavagne tattiche e più logica: ruoli chiari, gerarchie nette, pochi compiti ma fatti bene.
Mercato: la lista della spesa
Dopo il derby, persino Faggiano ha parlato di figuraccia da non ripetere, chiedendo scusa ai tifosi e assicurando che a gennaio “si interverrà dove necessario”. Tradotto: il mercato di riparazione non può essere un restyling di facciata ricorrendo solo agli svincolati, servono innesti mirati e di livello nei reparti più fragili.
Le priorità sono fin troppo chiare:
Almeno due, meglio tre difensori veloci, capaci di coprire cinquanta metri di campo alle spalle della linea senza farsi infilare ad ogni transizione, perché col Benevento ogni palla persa è diventata una volata verso Donnarumma.
Un paio di centrocampisti veri, con gamba e personalità, che sappiano tenere palla quando si soffre e non buttarla via sul più bello come è successo sull’azione del 3-1.
Un centravanti “cattivo” che trasformi almeno metà delle occasioni costruite, perché a Vigorito tra pali, traverse e tiri sprecati si è vista una squadra che crea tanto ma concretizza troppo poco per ambire alla B.
Faggiano ha ribadito che la rosa non è inferiore alle grandi del girone, ma ha anche ammesso che a gennaio si dovrà ritoccare con intelligenza per non ripetere serate del genere. Ora serve passare dalle parole alle firme, e in fretta.
Serie C, riforme e rischio calvario
Già oggi la Serie C è una gabbia: tre promozioni dirette (una per girone) più una via playoff per 60 squadre, un imbuto che rende la risalita un percorso di guerra. Dall’assemblea di Lega Pro sono uscite riforme che vanno verso maggiore sostenibilità economica (salary cap, criteri più rigidi per l’iscrizione, fideiussioni più pesanti), segno che la categoria si sta chiudendo sempre di più in una logica di lungo periodo. Restare intrappolati a lungo in questo contesto significa accettare anni di purgatorio sportivo con margini strettissimi per salire.
Per questo per la Salernitana è davvero “ora o mai più”: se non si investe pesantemente a gennaio, se non si coglie l’occasione di questo campionato in cui si è ancora nella scia delle prime nonostante il derby, il rischio è che il club si ritrovi a fare i conti con un’inerzia negativa difficile da invertire. La sconfitta con il Benevento può essere l’allarme definitivo: o si reagisce adesso con scelte coraggiose e portafoglio aperto, o l’inferno della C smette di essere una tappa e diventa domicilio fisso.
Perché può essere una sconfitta “salutare”
In tutto questo c’è un lato “positivo”: dopo un 5-1 così non esistono più alibi, non c’è spazio per l’autoassoluzione, né per dirsi “abbiamo giocato bene, è girata male”. Raffaele è costretto a scegliere la via della concretezza, Faggiano non può limitarsi alle frasi di circostanza sul mercato, la società deve mettere mano al portafoglio se vuole provare davvero a tornare nel calcio che conta o restare in attesa di un futuro che in C non perdona.
Se questa settimana a Salerno scatterà una scossa vera – tattica, tecnica e soprattutto societaria – allora il 5-1 resterà solo una vergogna. Se invece diventa il punto zero da cui ripartire, i tifosi granata un giorno potrebbero ricordarlo come la notte più umiliante… ma anche quella che ha cambiato la storia del campionato.
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