Nel calcio che conta davvero, quello dei bilanci e non solo dei sogni, il mestiere più difficile non è vincere una partita: è trovare un giocatore che valga più di quanto costa. Il secondo mestiere più difficile, quasi altrettanto raro, è saperlo tenere una volta trovato. La Salernitana il primo esame lo supera con un'invidiabile regolarità; è sul secondo che inciampa, sempre, con la stessa costanza con cui il calendario segna le stagioni. L'ultimo capitolo di questa storia già scritta porta il nome di Andrea Ferraris, ma, come vedremo, la lista dei precedenti è lunga.
Bisogna partire da un dato strutturale che il tifoso medio tende a ignorare: individuare un ventitreenne di prospettiva nei campionati minori è oggi un lusso, non un'attività ordinaria. Le grandi reti di osservatori che un tempo dragavano capillarmente Serie C, Serie D ed Eccellenza, i taccuini pieni di nomi, i pomeriggi passati su campi di provincia a cercare il diamante grezzo, sono un modello superato dai costi. Oggi quel lavoro lo fanno piattaforme di data scouting, algoritmi proprietari, dipartimenti tecnici strutturati con decine di analisti: infrastrutture che solo i club di vertice possono permettersi. Ai club come la Salernitana restano il fiuto, il passaparola, qualche rapporto personale tra direttori sportivi e, quando va bene, la fortuna. E quando la fortuna bussa, va onorata. Non basta trovare il giocatore giusto: bisogna anche avere il coraggio, e la lucidità, di tenerselo.
Ferraris è arrivato all'Arechi nell'estate 2025 in prestito dal Pescara, reduce da una stagione da protagonista che aveva contribuito in modo decisivo alla promozione biancazzurra in Serie B: dodici reti in quarantaquattro presenze complessive, spesso decisive da subentrato. Un profilo raro anche per la categoria di provenienza: seconda punta con inserimento, freddezza sotto porta, margini di crescita ancora ampi. A Salerno, nel finale di stagione, si è confermato esattamente quel tipo di giocatore che una piazza esigente come questa non perdona se manca, ma esalta quando c'è: al punto che Serse Cosmi lo ha indicato pubblicamente, e più volte, tra i calciatori da confermare per la prossima annata, sottolineando la stima nei confronti del ragazzo nei colloqui con il direttore sportivo Daniele Faggiano. Non è un dettaglio da poco: non tutti reggono la pressione di un pubblico che ama e pretende allo stesso tempo, e chi la regge, in una piazza come Salerno, va tenuto stretto con le unghie.
E qui arriva la parte che fa male. L'obbligo di riscatto legato al prestito era subordinato alla promozione della Salernitana in Serie B, promozione mancata ai playoff. Decaduto l'obbligo, restava un diritto di riscatto discrezionale fissato a centoquarantamila euro: una cifra che, nel calcio professionistico, non è nemmeno un investimento, è una spesa corrente. Il club ha scelto di lasciarla scadere, nella speranza di poter trattare in un secondo momento condizioni più favorevoli con il Pescara. Un calcolo che aveva una sua logica contabile, ma che ignorava una variabile fin troppo prevedibile: che anche il Pescara, nel frattempo, avrebbe potuto muoversi per blindare il proprio gioiello.Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Il Pescara, percepita l'esitazione granata, ha messo sul tavolo per Ferraris un rinnovo triennale con adeguamento economico, e il patron biancazzurro Sebastiani ha fatto sapere, senza troppi giri di parole, che il giocatore si muoverà solo alle condizioni del club abruzzese, altrimenti resterà a giocare per loro. Se il ventitreenne dovesse accettare, le possibilità di rivederlo con la maglia granata scenderebbero a zero, e la Salernitana si troverebbe a dover rincorrere, in una futura sessione di mercato, un cartellino che nel frattempo sarà lievitato di valore, o a doverci rinunciare del tutto.
Il caso Ferraris non è un incidente isolato, è un sintomo. Il problema non è la mancanza di fiuto: la Salernitana i talenti, quando capitano, li individua. Il problema è cosa succede dopo averli trovati, quando la burocrazia interna, la prudenza contabile e l'assenza di una visione pluriennale trasformano un affare da centoquarantamila euro in un rimpianto da milioni.Tra qualche anno, quando Ferraris segnerà altrove, in una categoria superiore, con addosso una maglia che non sarà quella granata, qualcuno all'Arechi si mangerà le mani. Non ci vuole una sfera di cristallo per prevederlo: basta guardare quanto vale, oggi, la differenza tra centoquarantamila euro spesi in tempo e un giocatore lasciato scappare per non averli spesi.
Ferraris, però, non è un fulmine a ciel sereno: è l'ultimo capitolo di un romanzo che la Salernitana scrive da anni, sempre con lo stesso finale. Basta allargare lo sguardo agli ultimi cambi di direzione sportiva per accorgersi che il patrimonio tecnico del club si è sgretolato con una regolarità quasi contabile, come se ogni gestione avesse il compito implicito di liquidare l'eredità di quella precedente invece di custodirla.Il caso più clamoroso porta il nome di Ederson. Il centrocampista brasiliano arrivò a Salerno per appena 6,5 milioni di euro dal Corinthians, un affare firmato da Walter Sabatini che avrebbe potuto rappresentare, se gestito con pazienza, una delle plusvalenze più redditizie della storia recente del club. Invece, sotto la gestione di Morgan De Sanctis, il cartellino è stato girato all'Atalanta con l'inserimento di una contropartita tecnica a integrare l'operazione: ai nerazzurri, il brasiliano è costato cash soltanto 13-14 milioni di euro. Una cifra che, per un giocatore delle sue qualità, suona quasi come un saldo di fine stagione. Il valore che Ederson ha continuato a generare da quel momento in poi è rimasto fuori dal bilancio granata, dove sarebbe dovuto entrare se solo qualcuno avesse avuto la pazienza, o la lungimiranza, di aspettare.Poi c'è Matteo Lovato, arrivato con una valutazione di 11 milioni di euro nonostante fosse reduce da una retrocessione col Cagliari: un investimento importante su un profilo che, sulla carta, aveva tutte le credenziali per diventare una risorsa, sportiva prima ancora che economica. Le stagioni successive, però, sono state deludenti, e quella valutazione monstre si è trasformata in un macigno: il cartellino di Lovato è oggi un peso finanziario che grava sul bilancio senza restituire nulla, né in campo né sul mercato. Comprare alto un giocatore in difficoltà psicologica dopo una retrocessione è stato un azzardo pagato a caro prezzo.
Infine, il caso più amaro perché il più silenzioso: Edoardo Iannoni, classe 2001, cresciuto nel settore giovanile granata. Un ragazzo del vivaio, che Sabatini aveva cercato in tutti i modi di riportare a Salerno appena un anno prima di cederlo, convinto, a ragione, che fosse un talento da non lasciarsi sfuggire. Nessuno, poi, si è preso la briga di scommetterci seriamente: ceduto senza che il club provasse a costruirci sopra un progetto, Iannoni è finito al Sassuolo nell'agosto 2024, acquistato a titolo definitivo dai neroverdi in Serie B. Con quella maglia ha collezionato ventitré presenze, vinto il campionato di categoria e conquistato la promozione in Serie A. Oggi gioca nel massimo campionato italiano. La Salernitana, che lo ha cresciuto e poi lasciato andare, è in Serie C. Un'altra potenziale, ricca plusvalenza evaporata nel nulla, prodotta in casa e regalata altrove. Il commento è superfluo.E i giovani della Primavera regalati alla Cavese? Sorvoliamo: anche il fegato di un tifoso granata ha un limite di sopportazione, e non vorremmo essere noi a farlo saltare.
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