Negli anni Settanta e Ottanta del calcio italiano esisteva una categoria di allenatori che oggi non esiste più: i “sergenti di ferro”. Uomini che sapevano essere duri quando serviva, ma che dietro la scorza ruvida nascondevano un cuore immenso. Domenico “Tom” Rosati, nato il 31 marzo 1929 a San Benedetto del Tronto, era forse il più autentico rappresentante di questa specie in via d’estinzione, un tecnico che sulla riviera adriatica ha scritto pagine di calcio indimenticabili.
“Due mani che sembravano incudini”, lo ricorda Giancarlo Tacchi, suo ex giocatore. Una descrizione che fotografava perfettamente la personalità di questo tecnico marchigiano: duro, diretto, ma dotato di conoscenze tecnico-tattiche di tutto rispetto. La sua figura rappresentava un’epoca del calcio italiano dove il rispetto si conquistava sul campo e la disciplina era un valore sacrosanto.
Dalle scarpe chiodate alla panchina
Prima di diventare uno degli allenatori più rispettati delle categorie minori, Tom Rosati aveva calcato i campi di gioco come centromediano. Cresciuto nel settore giovanile dell’Inter, nel 1951 venne ceduto in prestito al Casale. Il suo peregrinare calcistico lo portò attraverso Sangiorgese e Fabriano, ma l’apice della sua carriera da giocatore arrivò nella sua città natia: all’età di 27 anni, con la Sambenedettese conquistò la prima storica promozione in Serie B della storia rossoblù. Chiuse la carriera al Chieti, portando con sé l’esperienza di chi aveva vissuto il calcio dal basso, toccando con mano la fatica e la gioia di ogni categoria. È proprio questa esperienza da giocatore che forgia il suo carattere e la sua visione del calcio. Ogni campo, ogni spogliatoio, ogni vittoria e sconfitta diventano tasselli di un mosaico che lo prepara alla sua vera missione: diventare allenatore.
Il Re delle promozioni
Quando Rosati abbandona le scarpe chiodate per la tuta da allenatore nel 1962, a poco più di trent’anni, inizia una delle carriere più prolifiche nella storia del calcio italiano. I primi anni sono di gavetta tra Serie D e Serie C: Teramo, Chieti, Cosenza (dove nel 1965 sfiora la promozione), fino al primo vero successo nella stagione 1965-66 con la Salernitana, conquistando il campionato di Serie C. Ma il calcio è fatto anche di cadute. La stagione successiva i campani chiudono all’ultimo posto in Serie B, dopo che Rosati era stato esonerato a dieci gare dalla fine, sostituito da Oscar Montez. La squadra non coglie neanche un punto nelle ultime dieci partite, stabilendo un record negativo nella storia della Serie B. Una lezione di umiltà che tempra il carattere del giovane allenatore. Seguono anni di peregrinazioni: Avellino, Trapani, Casertana, un ritorno alla Salernitana dove nel 1970-71 sfiora la promozione in B per un solo punto. Nel 1971 arriva la chiamata del Livorno in Serie B, ma anche qui l’esperienza si conclude con un esonero e la retrocessione dei toscani. È a questo punto che Rosati compie una scelta coraggiosa: accetta di scendere fino in Serie D per allenare il Pescara. Quattro stagioni in Abruzzo che diventano leggendarie: prima due promozioni consecutive dalla D alla B, poi due salvezze tra i cadetti. Il Pescara dalla Serie D alla Serie B in soli due anni, quando la Serie C era ancora una serie unica a tre gironi: un’impresa che resta nella storia del club biancazzurro.
L’esperienza amara di Cesena
L’avventura in massima serie rappresenta l’unica macchia nella carriera di Tom Rosati. Inizialmente inattivo all’inizio della stagione 1976-77, a novembre viene ingaggiato dal Cesena per sostituire l’esonerato Marcello Neri. La squadra romagnola milita in Serie A e può contare su vecchie glorie come Pierluigi Cera e Mario Frustalupi. Ma l’esperienza dura appena 4 partite: 4 sconfitte consecutive contro Sampdoria, Juventus, Napoli e Verona convincono il presidente Dino Manuzzi a riavvicinare il predecessore. Il Cesena finirà comunque ultimo in classifica, ma per Rosati questa esperienza negativa diventa una lezione di vita. Capisce che il suo calcio, fatto di rapporti diretti e disciplina ferrea, è più adatto alle categorie dove la fame di emergere è il motore principale dei giocatori.
Gli anni d’oro con il Taranto
Dopo l’amara parentesi cesenate, Rosati riparte dalla Serie B con il Taranto, guidando i pugliesi a una delle migliori annate della loro storia. Per un ampio scorcio di stagione i rossoblu inseguono addirittura la storica promozione in Serie A, oltre a raggiungere la fase finale di Coppa Italia. Il sogno si spezza tragicamente con la morte in un incidente stradale del cannoniere Erasmo Iacovone, a cui sarà successivamente intitolato lo stadio. È uno di quei momenti che segnano non solo una squadra, ma un’intera città e il suo allenatore, che dimostra ancora una volta la sua umanità nel gestire un momento così drammatico.
Il peregrinare continua…
Dopo un anno nella neonata Serie C1 con la Salernitana – la terza volta che allena i campani – la stagione si conclude con un nuovo esonero. Nel 1979 torna in Serie B sostituendo a stagione in corso Cesare Maldini alla guida del Parma, senza riuscire a evitare una retrocessione ormai scontata. Resta coi ducali anche nella stagione successiva, ma quando la squadra viene coinvolta nella lotta per la retrocessione, arriva un altro esonero. L’annata 1981-82 a Chieti si rivela la più difficile: ultimo posto in Serie C2. Per un allenatore abituato alle promozioni, è un colpo durissimo. Ma Tom Rosati non è tipo da arrendersi. Nell’estate 1982 arriva la chiamata che può cambiare tutto: il Pescara lo rivuole.
Il ritorno al Pescara e lo schiaffo che fece storia
E in riva all’Adriatico Rosati centra subito l’obiettivo: promozione in Serie B. Nell’annata 1983-84, mentre cerca di mantenere la categoria, vara un modulo 4-3-3 che diventa il marchio di fabbrica di quella squadra. Maurizio Rossi in porta, Secondini e Cotroneo terzini, Cerone stopper, Polenta libero. In mezzo campo Roselli, D’Alessandro e Caputi, in attacco Tovalieri o Rebonato al centro con Tacchi e Cozzella sulle ali. Alla vigilia della partita contro l’ex capolista Como, Tom Rosati aveva chiarito la strategia: “Tecnicamente il nostro avversario ci è superiore. Per questo non lo dobbiamo far ragionare, altrimenti son dolori. I giocatori del Pescara devono scendere in campo caricati a dovere”. Una previsione che si rivelerà azzeccatissima, anche se in modi imprevedibili. È proprio Vittorio Cozzella, esterno offensivo di grande estro ma carattere fumantino, il protagonista dell’episodio più famoso della carriera di Rosati. Il 2 ottobre, durante Pescara-Como 2-0, il piano tattico del “Sergente” sta funzionando alla perfezione. Come ricorderà lo stesso Rosati: “La squadra aveva eseguito a pennello i miei dettami. I vari Todesco, Gibellini e Matteoli non avevano mai avuto un attimo di tregua per ragionare, per raccapezzarsi. Era stata una faticaccia, non so quante sigarette ho fumato…” Ma al 55° minuto succede l’imprevedibile. Cozzella, probabilmente volendo emulare il suo concittadino napoletano Patrizio Oliva, perde la testa e stende con un pugno l’avversario Albiero a gioco fermo. L’arbitro lo espelle immediatamente. “Quando ho visto lo scontro di Cozzella con il terzino del Como mi sono arrabbiato”, racconterà Rosati. “Oltre che fuori luogo, m’è sembrato anche un gesto da incosciente. La mia rabbia è aumentata quando ho notato che Vittorio, dopo il fallo che non era da professionista, è rimasto in campo a discutere animatamente con l’arbitro, aggravando ancor più la sua posizione. Per questo sono entrato in campo: per dirgliene quattro, e magari anche per dargli uno scapaccione”. Senonché lo “scapaccione” scappa di mano. Al “Che diavolo hai combinato?” con cui Rosati accompagna lo schiaffo sulla nuca, Cozzella replica bruscamente. La tensione sopraffà entrambi: quello che doveva essere un gesto paterno si trasforma in una zuffa vera e propria che si sente rimbombare in tutto lo stadio. L’intervento del capitano D’Alessandro e di Giancarlo Tacchi consente di separare i due contendenti. Cozzella viene accompagnato negli spogliatoi davanti al pubblico ancora incerto su che posizione prendere, mentre Rosati, con gli occhi a terra, va a sedersi stancamente sulla panchina. Un commento appena percettibile del tecnico: “Alla mia età doveva accadermi anche questo…”
Una lezione di vita
Quell’episodio, che oggi farebbe scalpore e porterebbe a squalifiche pesantissime, all’epoca viene accettato come parte del rapporto educativo tra allenatore e giocatore. Vittorio Cozzella, con la schiettezza che lo contraddistingueva, spiegherà la sua versione dei fatti: “Probabilmente non è nemmeno la prima volta che Rosati mi dà uno scapaccione. Ci son trent’anni di differenza tra me e lui. Però, in quel momento, davanti a diecimila persone che guardavano tutte verso di me, con lo stato d’animo in cui mi trovavo, sentirmi preso a schiaffi come uno scolaretto m’ha tolto il lume della ragione ed ho reagito”. Il giovane esterno, che il 10 ottobre avrebbe compiuto appena ventidue anni, si mostrerà pentito: “Non capivo più niente. Adesso so soltanto che sono mortificato. Ho tentato anche di chieder scuse all’allenatore… Chiedo scuse a tutti”. Parole che dimostrano come, al di là del gesto di ribellione, il rispetto per l’autorità dell’allenatore rimanesse intatto. I risultati, paradossalmente, daranno ragione al metodo di Rosati: a fine stagione il Pescara chiude al 12° posto, conquistando una tranquilla salvezza, mentre Cozzella con 32 presenze e 9 reti firma la sua miglior annata in assoluto in Serie B. L’episodio, invece di creare fratture, sembra aver rafforzato il legame tra allenatore e giocatore. A distanza di anni, Vittorio Cozzella ricorderà pubblicamente l’episodio nel corso di un’intervista, ammettendo che “prendere certi schiaffi quando si è giovani aiuta a crescere sani”. Una frase che racchiude un’epoca del calcio italiano, quando il rapporto tra allenatore e giocatore era basato su rispetto reciproco e disciplina ferrea, dove un gesto che nasceva da un intento paterno – anche se mal dosato – poteva trasformarsi in una lezione di vita.
L’ultimo capolavoro a Palermo
Lasciato il Pescara al termine della stagione 1983-84, Tom Rosati approda al Palermo in Serie C1. È qui che il destino gli riserva l’ultimo atto della sua carriera: mentre guida i rosanero si manifestano i primi sintomi di una neoplasia che lo porterà alla morte nell’agosto del 1985. Ma Rosati, fedele al suo carattere, non si arrende. Resta in panchina fino all’ultimo, conducendo il Palermo al ritorno in Serie B con l’ennesima promozione della sua carriera. È il suo capolavoro finale: portare a termine il lavoro nonostante la malattia, dimostrando ancora una volta una forza di volontà enorme.
L’eredità del Sergente
Domenico “Tom” Rosati si spegne nell’agosto del 1985 a Francavilla al Mare, lasciando dietro di sé un’eredità sportiva e umana inestimabile. Anche se oggi è spesso ricordato per quell’episodio dello schiaffo a Cozzella, la verità è che Rosati è stato un grande uomo e un grande allenatore, capace di toccare il cuore di chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo.
Autore: Lorenzo Portanova
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