Ci sono storie che il tempo non può scalfire, destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva come simboli di un calcio romantico che non esiste più. Quella di Agostino Di Bartolomei è la storia del capitano per antonomasia, un leader schivo e silenzioso capace di guidare la sua squadra sul tetto d'Italia, prima che un tragico destino trasformasse il suo mito in un dolore mai superato.
L'ascesa del ragazzo di Tor Marancia
Nato a Roma l'8 aprile 1955 nel quartiere popolare di Tor Marancia, Agostino cresce tirando i primi calci al pallone sui campi polverosi della periferia romana. Notato giovanissimo dagli osservatori della Roma, fa il suo ingresso nel settore giovanile giallorosso.
Il suo esordio in prima squadra avviene nella stagione 1972-1973. Dopo un breve prestito formativo al Vicenza, Di Bartolomei torna all'ovile per diventare il fulcro insostituibile del centrocampo.
Fu l'intuizione del "Barone" Nils Liedholm a consacrarlo definitivamente: l'allenatore svedese lo arretra in cabina di regia davanti alla difesa. Lì, sopperendo alla mancanza di scatto con una visione di gioco geometrica e un lancio millimetrico, "Ago" diventa il padrone assoluto del campo, temuto per le sue celebri e violentissime punizioni e per i rigori calciati con una rincorsa brevissima.
Il trionfo dello Scudetto e la ferita di quel 30 maggio
Gli anni '80 segnano l'apice della sua carriera. Con la fascia di capitano al braccio, Di Bartolomei è il leader emotivo e tattico della Roma che nella stagione 1982-1983 conquista lo storico secondo scudetto della storia del club. La città è ai suoi piedi, innamorata di quel capitano serio, colto, che parla poco ma sul campo si fa sentire con lo sguardo.
L'anno successivo la Roma raggiunge il punto più alto d'Europa: la finale di Coppa dei Campioni del 30 maggio 1984 da giocare in casa, allo Stadio Olimpico, contro il Liverpool. Quella notte si trasforma in un dramma sportivo: i giallorossi perdono ai calci di rigore. Nonostante Agostino segni il suo penalty, la coppa vola in Inghilterra. Sarà l'ultima recita di Di Bartolomei con la maglia della Roma. Con l'arrivo di Sven-Göran Eriksson sulla panchina, il capitano viene sacrificato e si trasferisce al Milan, seguendo Liedholm.
L'addio al calcio e l'ultimo tragico capitolo
Dopo le esperienze con Milan, Cesena e Salernitana, Di Bartolomei appende gli scarpini al chiodo. Il distacco dal rettangolo verde si rivela però più difficile del previsto. Agostino cerca di rientrare nel mondo del calcio come dirigente o allenatore, ma trova davanti a sé solo porte chiuse. Il sistema sembra aver dimenticato la sua dignità e la sua competenza.
Si arriva così alla mattina del 30 maggio 1994 a Castellabate, in provincia di Salerno. Esattamente dieci anni dopo la finale persa contro il Liverpool, Agostino decide di mettere fine alla sua vita sul balcone di casa con un colpo di pistola al petto. Lascerà un biglietto d'addio lucido e straziante: "Mi sento chiuso in un buco".
Un grido d'aiuto rimasto inascoltato da quel mondo del pallone che lo aveva prima osannato e poi emarginato.
Un'eredità immortale
A distanza di decenni da quel tragico mattino, il ricordo di "Ago" è più vivo che mai. Il cantautore Antonello Venditti gli ha dedicato la commovente canzone "Tradimento e perdono", mentre il settore giovanile della Roma si allena oggi sul campo principale di Trigoria che porta fieramente il suo nome.
Agostino Di Bartolomei non è stato solo un grande calciatore; è stato l'incarnazione di un calcio pulito, fiero e silenzioso, che i tifosi romanisti continuano a tramandare di generazione in generazione per far sì che il loro capitano resti, per sempre, immortale.
Lorenzo Portanova
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