ESCLUSIVA TS- Tricarico: "Salerno, non farti scappare Lotito!". Che stoccate a Roberto Breda

06.05.2020 23:00 di Gaetano Ferraiuolo   Vedi letture
ESCLUSIVA TS- Tricarico: "Salerno, non farti scappare Lotito!". Che stoccate a Roberto Breda

E’ stato un professionista esemplare, uno di quelli che in gergo viene definito prima un grande uomo e poi un ottimo calciatore. Ha onorato la maglia della Salernitana anche quando sarebbe stato più semplice scappare, complice una retrocessione umiliante culminata con un successivo fallimento e con lo strappo insanabile con il tecnico Roberto Breda. Ma la gente e la curva non hanno mai smesso di applaudirlo e di ringraziarlo, riconoscendo un attaccamento alla casacca granata fuori dal comune. Andrea Tricarico è stato ospite del penultimo appuntamento della rubrica di TuttoSalernitana denominata “Due chiacchiere con…”, un format che ha riscosso successo e che vi ha tenuto compagnia in questi due mesi così particolari. Ecco uno stralcio delle sue dichiarazioni, fatte con grande sincerità e senza peli sulla lingua:

Partiamo anzitutto da questa emergenza. Come ha vissuto un bimestre così particolare?

“Sono rimasto a casa il più possibile rispettando alla lettera le regole del Governo. E’ fondamentale tutelare non solo la nostra salute, ma anche quella dei nostri cari. Non credo siano state misure restrittive troppo severe, anzi forse il problema era stato sottovalutato all’origine. Ancora oggi i bollettini ufficiali parlano di centinaia di morti e di regioni in difficoltà sotto tutti i punti di vista. Questo dispiace molto, speriamo quanto prima di tornare alla normalità. Magari anche grazie al calcio”.

A tal proposito, secondo lei si riprenderà?

“Onestamente in Lega Pro la vedo durissima, ci sono delle garanzie da fornire e non tutti possono permettersi grossi investimenti o strutture all’avanguardia. Non credo si riprenderà. In B e in A ci sono più speranze, anche perché il calcio è un’industria che produce soldi ed interessi: non si può restare fermi per troppo tempo, pur sapendo che la salute è la cosa più importante. Non ho idea di come possa finire questa vicenda, di certo c’è che mi aspetto un’estate di grande lavoro per gli avvocati”.

Qualora si cristallizzasse la classifica, il Benevento chiede a gran voce la promozione in A. In realtà, però, il regolamento non prevede premi per obiettivi raggiunti “virtualmente”. Da che parte si schiera?

“E’ un discorso che ha una sua logica. Da cosentino posso dire che, in teoria, anche il Cosenza potrebbe rivendicare il diritto a partecipare alla prossima serie B: la classifica dice che ci sono pochissime speranze di salvezza, ma i punti in palio sono 30 e potenzialmente potrebbero arrivare 10 vittorie su 10. Non è materia semplice e non esisterà mai una soluzione che possa accontentare tutti. Prendiamo l’esempio della Salernitana: nessuno sottolinea che, in un ipotetico spareggio playoff, l’Arechi sarebbe completamente vuoto. In situazioni di normalità, invece, la componente tifo avrebbe fatto la differenza: è una piazza che trascina, che dà un grosso contributo. Ho provato a giocare con le porte chiuse: non è calcio, hai meno adrenalina anche rispetto ad un allenamento infrasettimanale”.

Veniamo proprio alla sua esperienza a Salerno. Fu preso dalla Paganese, girato in prestito al Lanciano e richiamato alla base dopo sei mesi. Perché?

“Mi seguirono molto nell’anno in cui vincemmo il campionato con la Paganese battendo per 2-0 la Reggiana in finale. A Roccaporena ho disputato un ottimo ritiro, ma in rosa c’erano persone come Di Deo, Mamede, Giannone e Soligo. Mi dissero che rischiavo di trovare poco spazio e accettai il trasferimento in prestito al Lanciano. A gennaio mi chiamarono da Salerno, serviva il classico centrocampista che faceva legna in mezzo al campo per esaltare le caratteristiche offensive di Di Napoli e di tutti gli altri. La società abruzzese era in cattive acque, era guidata da un amministratore esterno e sembrava ci dovessero bloccare il mercato: in quella circostanza fu bravo il direttore sportivo Fabiani a completare l’operazione”.

E Tricarico fu protagonista di quella cavalcata…

“Non giocavamo benissimo, è vero, ma eravamo una squadra forte. Di Napoli ci ha risolto tante partite, noi a centrocampo dovevamo metterci a disposizione: contava il bene della squadra e non del singolo, eravamo pronti anche a correre per 20 chilometri a partita. Quando le cose non andavano bene, il gruppo sapeva emergere con personalità: sapevamo benissimo che l’obiettivo era la serie B, non potevamo sbagliare. Mi sono tolto le mie soddisfazioni giocando 14 partite su 15, anche a buoni livelli. Contro il Perugia feci una delle gare migliori, al 92’ Puggioni fece un grande intervento e non mi permise di segnare il gol della vittoria: un 2-2 spettacolare, una bella partita”.

E’ più il rammarico per il caso Potenza o l’entusiasmo per quella magnifica domenica col Pescara?

“Nessuno ci ha mai regalato nulla, una partita “accomodata” non viene vinta all’87’! Eravamo un gruppo forte e sano, non avevamo bisogno di aggrapparci a certe cose per conquistare i risultati. Non giocammo nemmeno una buona gara, si sbloccò a tempo quasi scaduto. Preferisco ricordare i 5mila tifosi che ci aspettarono nei pressi del Grand Hotel festeggiando sotto la nebbia. La settimana successiva fu incredibile. Il direttore sportivo Fabiani notò un clima di entusiasmo eccessivo e ci portò in ritiro a Roma, ma la domenica mattina si respirava un’aria speciale. Il Sindaco ultimò in tempi record i lavori per aprire i distinti, due ore prima della partita c’erano 10mila spettatori. Da brividi, ogni tanto vado su internet a rivedere le immagini. Vincemmo 2-0 e fu l’apoteosi, il classico match che non puoi proprio sbagliare”.

L’anno dopo, invece, una partenza super e poi un calo coinciso con 4 cambi in panchina…

“Iniziammo bene, è vero. 10 punti in 4 partite, primo posto e 20mila persone per la sfida infrasettimanale con l’Empoli. Il pubblico era davvero spettacolare. Con il passare del tempo, però, iniziarono ad emergere alcune problematiche che incidevano sul rendimento della squadra, del resto non cambi per caso quattro allenatori. Ci fu il valzer Castori-Mutti-Castori prima del ritorno di Brini. Nel calcio contano i risultati, con tutti i nostri limiti conseguimmo la salvezza e mantenemmo la promessa fatta ai tifosi”.

Che ricordi ha dei suoi primi gol con la Salernitana?
 

"In coppa Italia sbloccai la sfida col Cesena con un bel tiro dalla distanza, alla terza di campionato segnai l’1-1 contro il Frosinone. Ero arrabbiatissimo perché partii dalla panchina pur avendo disputato gare di livello a cospetto di una corazzata come il Sassuolo e sul campo del Cittadella. Al 35’ si fece male Pestrin , toccò a me e non vedevo l’ora di scendere in campo. Quando Di Napoli si apprestava a calciare il rigore mi mossi in anticipo intuendo che il portiere potesse respingere la conclusione: mi è andata bene, la corsa sotto la Sud fu una liberazione e una scarica di adrenalina incredibile”.

L’anno dopo, invece, un disastro totale. Retrocessione, penalizzazione e ultimo posto. Eppure lei e Soligo foste gli unici ad essere applauditi dal pubblico…

“E’  vero, fu un’annata balorda. Ma era una Salernitana fortissima. Come fai a retrocedere se hai gente come Polito, Fusco, Jadid, Soligo, Cozza, Merino, Fava, Dionisi e Caputo ,gente che ha sempre segnato anche in categorie superiori? E’ evidente che una società non solida condizioni il rendimento dei calciatori, in condizioni di maggiore serenità potevamo ambire a qualcosa di importante. Salerno seppe apprezzare il mio impegno, io ed Evans fummo applauditi anche nell’ultima giornata contro il Vicenza quando salutammo definitivamente la serie B così faticosamente riconquistata. La tifoseria si dimostrò matura: essere osannati quando si vince è semplice, ricevere attestati di stima dopo una retrocessione è un qualcosa che ti resta a vita nel cuore”.

All’epoca qualcuno puntò il dito contro Luca Fusco accusandolo di non aver onorato la fascia di capitano. Cosa ne pensa a riguardo?

“Falsità! All’interno dello spogliatoio tutti seguivamo alla lettera il nostro capitano. Può aver commesso degli errori, ma è sempre stato legatissimo alla Salernitana e metteva la maglia granata prima di ogni cosa. In alcuni momenti anche al di sopra della famiglia. Incarnava lo spirito del vero salernitano, viveva le partite con un trasporto particolare”.

Arriviamo all’anno 2010-11, quello del fallimento. Quando capiste che era finita e cosa sarebbe cambiato battendo il Verona nella finale playoff?

“Lo capimmo da subito. In estate parlammo col presidente e gli dicemmo che, per venire incontro alle esigenze della società, eravamo pronti a farci da parte. Ricevemmo rassicurazioni, ma intuimmo che si andava verso una direzione oscura e senza via d’uscita. Ci abbiamo rimesso tantissimi soldi, molti di noi aiutavano i più giovani che non avevano nemmeno la possibilità di pagarsi l’affitto o la spesa. Non credo che una vittoria col Verona avrebbe potuto modificare le sorti di una società in cui non funzionava praticamente nulla”.

Conferma che non si è lasciato benissimo con Breda?

“Confermo. Non si è comportato bene, è stato molto scorretto nei miei confronti. Negli anni, del resto, ho sentito molte interviste di calciatori che lo hanno conosciuto e non mi sembra ne abbiano parlato benissimo. Anzitutto quella Salernitana era quattro volte più forte del Verona: in C chi poteva contare su Polito, Peccarisi, Ragusa, Fabinho, Merino, Fava, Pestrin, Montervino, Murolo e Carrus? Non scherziamo proprio, si poteva vincere il campionato a mani basse. Mi ha deluso e  non fui l’unico ad avere discussioni forti con lui: stavo andando a Sorrento, mi dissero che ero incedibile, ma praticamente non ho più visto il campo per mesi. L’ultima apparizione fu a Como, terzultima di andata. Ricordo ancora che i cronisti di ContoTv si chiedevano come fosse possibile che fossi una riserva, dimostrai il mio valore ma non fui mai preso in considerazione. Nemmeno nelle sfide promozione, dopo tutto quello che avevo dato alla Salernitana”.

Probabilmente senza crisi societaria sarebbe stato esonerato dopo Sorrento…

“Sì, perdemmo 4-1 in casa e da novembre a gennaio eravamo in grosse difficoltà. In altre situazioni sarebbe stata cambiata la guida tecnica. Anche sulla finale playoff ci sarebbe tanto da dire: in un contesto ambientale come quello di Verona, come fai a tenere fuori gente di personalità come Murolo e Peccarisi preferendo una coppia di difensori giovane e senza esperienza? Non a caso a ritorno corresse gli errori, vincemmo la gara e Ferrari non toccò nemmeno un pallone. Non so chi butterei giù dalla torre tra Lombardi e Breda, ma il mister è stato scorretto”.

C’è qualche aneddoto legato al ciclone Cala?

“Non lo abbiamo praticamente mai visto, forse due volte: ci diceva che dovevamo vincere tutte le partite 5-0, basta questo per capire il personaggio. Inutile aggiungere che non abbiamo percepito un euro nemmeno da lui”.

Quella Salernitana, però, è stata definita eroica per aver giocato praticamente gratis per amore della città. E’ un orgoglio, no?
 

“Certo. Era un grande gruppo, quando scendi in campo e vedi quella folla così innamorata non puoi che accantonare i problemi economici. Si creò un clima unico, dispiace non essere stato protagonista per scelta di altri. Ci hanno voluto bene e ci aiutavamo a vicenda con l’ambiente, mi promisero sarei stato il capitano di quella Salernitana ma mi diedero la fascia solo nella sfida interna con la Paganese”.

Lei ha vissuto una società senza soldi, piena di debiti e poi fallita. Come spiega che ora i salernitani contestino Lotito che, conti e risultati alla mano, è stato assolutamente un vincente?

“Capisco che i modi non piacciano a tutti e capisco che avere giocatori in prestito che pensano alla Lazio possa dare fastidio. Ma dal 2011, quando leggo i giornali, non vedo mai il nome della Salernitana accostato a situazioni extracalcistiche. Non era semplice ripartire dalla D e stabilizzarsi in B: tenetevelo stretto, dopo la crisi del Coronavirus ci saranno società economicamente in grossa difficoltà e Lotito sarà tra i pochissimi e garantire una serenità. Anche a Roma, del resto, ha dimostrato il suo valore”.

Le piacerebbe in futuro tornare a Salerno?

“Sarebbe un sogno. Ora ho intrapreso il percorso da allenatore, con Fabiani ho un ottimo rapporto. Ci riabbracciammo volentieri il 9 maggio del 2015, quando fummo invitati alla festa promozione per un ideale passaggio di consegne. C’erano 20mila persone, una serata straordinaria che mi ripagò delle amarezze del passato”.