Spesso è stato oggetto di qualche critica forse ingenerosa, ma per attaccamento alla maglia, professionalità e umiltà meriterà a vita di essere ricordato con affetto dalla piazza di Salerno. Nel calcio di oggi, fatto di tanti ragazzini presuntuosi e viziati, sentir parlare con tale onestà intellettuale un giocatore comunque reduce da un campionato vinto e da una salvezza in A non è roba di poco conto. E, nel suo stile, ha inteso manifestare dispiacere per un episodio obiettivamente discutibile senza alzare la voce, con il sorriso sulle labbra e con un "forza Salernitana" finale carico d'orgoglio e di sincerità. Andrea Schiavone ha interrotto ieri la sua avventura con la maglia granata e verrà ricordato da tutti per il gol di Venezia all'ultimo secondo che ha contribuito in modo determinante al conseguimento dell'obiettivo. Quando è stato chiamato in causa, spesso a cospetto delle prime della classe, non ha mai lesinato impegno e cattiveria agonistica, mostrando tanta buona volontà e disimpegnandosi in modo più che dignitoso anche a cospetto di campioni affermati. Non si sa ancora quale sarà il suo futuro. Si era parlato del Perugia del suo mentore Castori ma ad oggi non c'è nulla, c'è l'interesse di un ambizioso club di Lega Pro ma è un discorso prematuro. Nel frattempo si gode le meritate vacanze e i messaggi d'affetto dei tifosi sui social. Raggiunto telefonicamente dalla nostra redazione, l'oramai ex centrocampista della Salernitana ha riassunto così questi due anni ricchi di gioie:
E' arrivato con uno stadio vuoto e la diatriba tra società e tifosi, ha chiuso con 30mila persone che piangevano di gioia per la storica salvezza. Che sensazioni sta provando?
"E' vero, quando ho firmato c'era un po' di tensione tra la proprietà e la piazza. Devo essere sincero, però: la tifoseria ha sempre dimostrato grande maturità, ha scisso le cose e abbiamo sentito il loro calore domenica dopo domenica. E' merito di tutti, anche del pubblico, se abbiamo raggiunto determinati traguardi. Giocare a porte chiuse, a Salerno, è sempre uno svantaggio e non ti abitui mai a scendere in campo in uno stadio desolatamente vuoto e che ti spinge fino alla fine. Proprio per questo mi sono goduto lo spettacolo dei 32mila con l'Udinese. Abbiamo tremato sullo 0-4, ma ce l'abbiamo fatta e siamo felicissimi".
Lotito ha detto che le porte chiuse hanno dato una mano alla Salernitana, altri protagonisti invece hanno dichiarato più volte che la tifoseria di Salerno determina anche quando non può essere presente sugli spalti. Chi ha ragione?
"Senza dubbio praticavamo un calcio non spettacolare, ma concreto. Soprattutto all'inizio poteva essere un atteggiamento tattico malvisto dalla gente, ci sarebbe stato qualche mugugno. Ma la gente di Salerno è troppo intelligente e sa valutare le cose, alla lunga ci saremmo trascinati a vicenda e sono certo che avremmo conquistato tanti punti in più. Ci siamo ritrovati nelle zone alte della classifica da subito, il loro sostegno ci mancava. Ripeto quanto detto: c'è un attaccamento fuori dal comune, lo percepisci sempre e non solo nei 90 minuti della domenica. E questo incide".
Avete vissuto tanti momenti indimenticabili, nel bene e nel male. C'è un episodio che ricorda più degli altri?
"E' vero, non ci siamo fatti mancare nulla. Le vittorie in rimonta, la situazione relativa all'iscrizione, il cambio di società. Vorrei rivolgere un pensiero a Dziczek. Ad Ascoli abbiamo avuto un forte spavento, purtroppo era un qualcosa già noto visto che accadde in uno dei primi allenamenti a Salerno. Solo al pensiero mi viene la pelle d'oca, lo racconto a distanza di un anno e mezzo ma ho sempre una sensazione di disagio. C'era un nostro compagno in difficoltà, un ragazzo con tanta vita davanti. Per fortuna è andato tutto per il meglio e dedicammo anche a lui la promozione in serie A".
E poi l'impresa in serie A, con quell'epilogo finale da brividi. Come ha vissuto quella serata del 22 maggio, quando l'Udinese senza obiettivi e battuta dallo Spezia sette giorni prima attaccava anche sullo 0-4?
"Devo dire che sono rimasto sorpreso anche io. Ero in tribuna e soffrivo assieme ai miei compagni senza riuscire a darmi una spiegazione. Forse abbiamo commesso qualche errore sul piano tattico. Loro giocavano di ripartenza, noi sentimmo troppo la partita e, se non riesci a sbloccarti, si innesca un meccanismo pericoloso. Ma guai a dire che ci siamo salvati per fortuna: se Perotti segna il rigore ad Empoli o Altare non pareggia al 99' abbiamo raggiunto l'obiettivo con due giornate d'anticipo".
Si può dire che la svolta ci sia stata a Genova, quando scendeste in campo a -12 dalla salvezza e vi ritrovaste avanti 2-0 dopo 3 minuti?
"Non limiterei il discorso ad una sola partita o a un solo episodio, in fondo dall'arrivo di mister Nicola si è vista spesso una Salernitana battagliera. Anche quando i risultati non arrivavano c'era la piena consapevolezza che stessimo crescendo. Al di là del calo finale, ricordo prestazioni eccellenti da parte della squadra. Nessuno ci ha regalato nulla, abbiamo ben figurato anche a Roma o in casa con i campioni d'Italia del Milan. E' stata scritta una pagina di storia straordinaria".
Il gol al Venezia, il quasi gol con la Juventus, un'ottima partita in casa con il Napoli a cospetto di Fabian Ruiz. A volte la critica è stata ingenerosa nei suoi confronti?
"Fa parte del gioco, nei momenti difficili è normale che un calciatore possa essere preso di mira. Ma se il mio gol a Venezia è servito per salvare la Salernitana non importa ciò che veniva detto: accetto tutto, sono un professionista e vado avanti per la mia strada. Mi tolsi una soddisfazione enorme, sognavo da bambino l'esordio in A e decidere al 95' uno scontro diretto di vitale importanza fu una gioia doppia. Ricordo anche quell'occasione sotto la curva in casa con la Juventus: sono calcisticamente cresciuto lì, sarebbe stata una gratificazione ulteriore. Ho incontrato campioni di livello assoluto, ho dato tutto me stesso".
Come si è chiuso il rapporto con la società?
"Sapevo perfettamente che non sarei stato riconfermato, certe cose le percepisci e non è nemmeno necessario che te le dicano. Però, e lo dico sotto voce senza nessun intento di far polemica, forse un messaggio o una telefonata anche solo per prassi e per un saluto dopo un biennio vincente m'avrebbe fatto piacere. Invece, chiuso il rapporto meramente lavorativo, non ho sentito nessuno. Dispiace, sinceramente. Non sono un calciatore di serie A, è una categoria che compete a gente di altro livello. Ma comunque, nel mio piccolo, ho dato un contributo e penso di aver trasmesso qualcosa specialmente all'interno dello spogliatoio".
Oggi De Sanctis ha lasciato intendere che non ci sarà spazio per la riconoscenza e che rimpiangere la partenza di alcuni calciatori che, in fondo, si sono salvati in extremis con appena 31 punti sarebbe eccessivo...
"Non ho ascoltato le sue parole, dico solo che gente come Djuric, Verdi e Bonazzoli ha dato un contributo fondamentale e andrebbe sempre e solo ringraziata. Ci sta che una società decida di partire con un ciclo nuovo, ci mancherebbe, ma il passato va altrettanto rispettato. C'era un'ottima base, sarebbe stato importante ripartire da quella".
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