Nel bel mezzo della tempesta perfetta, con ancora negli occhi e nel cuore le scorie di quel derby stregato, Daniele Faggiano si presenta davanti ai microfoni non come un semplice dirigente, ma come un nocchiero che prova a tenere ferma la barra del timone. Non usa paraventi, ci mette la faccia e, con quella verve che mescola mestiere e passione verace, prova a spiegare al popolo granata che l’apocalisse non è oggi. Il Direttore Sportivo, che conosce le piazze del Sud come le sue tasche, sa che a Salerno l'umore balla sempre sul filo del rasoio, tra l'esaltazione mistica e la depressione cosmica, e sceglie la via della parola per ricucire lo strappo creato da quei cinque schiaffi ricevuti a Benevento. La sua è una liturgia laica che prova a trasformare la rabbia in benzina, predicando calma in una piazza che di calma, storicamente, ne ha sempre avuta poca.
L'unico Dio è l'Ippocampo
Il primo comandamento del Faggiano-pensiero è scolpito nella pietra: guai a chi tocca la proprietà. Con un trasporto quasi fideistico, il ds blinda il patron Iervolino, descrivendolo non come un mecenate distratto ma come un presidente "sempre carico", che ha messo sul piatto 30 milioni per la ricapitalizzazione e che merita di essere tenuto stretto dalla piazza. "Iervolino deve campare 100 anni perché Faggiano è di passaggio, Iervolino no", tuona il direttore, ricordando a tutti che i dirigenti passano, ma la stabilità societaria è il vero miracolo da preservare in questa Serie C che è una palude traditrice. È un richiamo all'unità che sa di appello alle armi: in un momento in cui il disfattismo serpeggia tra i vicoli del centro storico e i gradoni dell'Arechi, Faggiano si erge a scudo umano, invitando i fedeli a non disperdere il patrimonio di entusiasmo, perché, come ci tiene a ribadire, fino alle 20 di quel maledetto lunedì eravamo primi in classifica.
La parabola dell'onesto e del furbo
Se c'è un passaggio che merita di essere sottolineato con la matita rossa, è quello sul mercato e sull'etica del lavoro, dove il ds sfodera una perla di saggezza popolare che vale più di mille statistiche. "Il furbo fa dieci metri, l'onesto fa i chilometri", sentenzia Faggiano, lanciando un messaggio chiaro non solo a chi dovrà arrivare a gennaio, ma anche a chi indossa già la casacca granata. Non vuole "rincalzi", ma gente che abbia la bava alla bocca, pronta a sputare sangue per la causa, perché la maglia della Salernitana pesa come un macigno e chi non ha le spalle larghe è meglio che cambi aria. Sul mercato di riparazione è diplomatico ma sornione, parla di lavoro "sottotraccia" e ammette che ci sono delle lacune da colmare, ma avverte: gennaio è una trappola per chi non sa muoversi, e lui non ha intenzione di passare per fesso o per presuntuoso.
Fede incrollabile nel Mister
Sull'altare della conferenza stampa, Faggiano non sacrifica l'allenatore, anzi, lo consacra nuovamente, spazzando via le nubi nere che si erano addensate sulla panchina di Raffaele. Nessuna graticola, nessun ultimatum: la fiducia è incondizionata, totale, quasi ostinata. Il direttore ricorda che in carriera ha difeso tecnici che non vincevano da dodici partite, figuriamoci se molla ora il suo condottiero per un incidente di percorso, per quanto doloroso. È un messaggio potente allo spogliatoio: qui non si cercano capri espiatori, si rema tutti nella stessa direzione, e se il mister prepara la partita e i giocatori non recepiscono, il problema è di attenzione, non di manico. La Salernitana deve ritrovare la sua anima operaia e la sua fame, quella stessa fame che aveva portato Raffaele in cima alla classifica prima del tonfo.
Tutto molto bello, tutto molto giusto, direbbe qualcuno. Ma le parole, si sa, a Salerno le porta via il vento se non sono accompagnate dai fatti, anzi, dai punti. Faggiano ha parlato da leader, ha usato il bastone e la carota, ha difeso il fortino con l'arte della diplomazia unita alla schiettezza dell'uomo di campo. Ma ora, caro Direttore, chiuso il vangelo e spenti i microfoni, c'è un solo dogma che questa gente è disposta ad accettare ciecamente: la vittoria. Perché alla fine, tra "onesti" e "furbi", tra strategie e bilanci, quello che conta è che domenica, quando l'arbitro fischierà l'inizio, il cavalluccio marino torni a ruggire come un leone ferito, dimostrando che la fede, quella vera, non è mai stata in discussione. Amen.
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