C'è qualcosa di cinematografico nella storia di Serse Cosmi che torna su una panchina dopo tre anni di silenzio. Non il silenzio pacifico di chi si è ritirato in buon ordine, ma quello più scomodo di chi è rimasto a guardare dal bordo del campo dopo l'avventura croata con il Rijeka finita in malo modo. E adesso arriva a Salerno. Una piazza rovente, una squadra che sembra aver smarrito persino la memoria di sé stessa, e un allenatore che ha tutto da perdere e, paradossalmente, è proprio questo il suo punto di forza.
Partiamo dall'elefante nella stanza: sì, Cosmi ha lasciato Rijeka dopo dieci giornate con un bilancio da brividi, e quella sconfitta agli ottavi di coppa contro il BSK Bijelo Brdo, ultima della serie cadetta croata, rimasta come una macchia difficile da ignorare. I detrattori se la sono segnata in rosso sul taccuino. Ma chi conosce davvero il calcio sa che certe esperienze all'estero, soprattutto se brevi e turbolente, vanno lette con le pinze: contesti sconosciuti, spogliatoi linguisticamente ostili, dinamiche societarie imperscrutabili. Non è una giustificazione, è un'analisi.
Quello che invece è difficile smentire è che Cosmi appartiene a quella categoria rara di allenatori che non si spengono. Si inceppano, litigano, esplodono, ma non si spengono. Il suo curriculum racconta di un uomo capace di trascinare il Perugia a sfidare la Juventus a viso aperto, di portare formazioni modeste a fare cose immodeste. Poi è arrivato il lato oscuro del personaggio: il caratteraccio da mercante di Toledo, i tavoli rovesciati con Gaucci, le baruffe con Preziosi al Genoa. Un tipo che nella migliore tradizione degli allenatori vecchio stampo ha sempre pensato che avere ragione fosse sufficiente.
Ma ecco il punto: tre anni fuori dal calcio non sono necessariamente tre anni persi. Possono essere tre anni di osservazione lucida, di digestione degli errori, di confronto con sé stessi in quella solitudine che il calcio di solito non concede. Cosmi avrà guardato Guardiola, avrà guardato Klopp, o più probabilmente avrà guardato Inzaghi e Nesta, che sono più nelle sue corde e avrà messo a fuoco una verità scomoda: il calcio lo ha aspettato, ma non lo aspetterà in eterno. Questa panchina ha il sapore di una ultima chiamata, e gli uomini intelligenti,e Cosmi lo è, quando capiscono che è l'ultima chiamata alzano il telefono.
La Salernitana nel frattempo ha fatto di tutto per sembrare più malridotta di quanto sia. Due sessioni di mercato vissute nell'ansia da prestazione di chi doveva accontentare un allenatore in confusione. Raffaele ha avuto il torto principale di non sapere quello che voleva, e quando un allenatore non lo sa, il direttore sportivo balla nel buio e la squadra diventa un collage senza senso. Eppure, a guardare bene la rosa granata, il materiale c'è. Calciatori esperti di categoria, fisicamente attrezzati, non ancora del tutto lobotomizzati da un gioco che non li ha mai convinti. Con un minimo di struttura tattica e con la certezza psicologica che viene dall'avere un allenatore che sa quello che vuole, questa squadra può risalire.
Arrivare ai playoff è alla loro portata. Giocarseli con la spinta dell'Arechi alle spalle, uno degli stadi più autenticamente passionali d'Italia, significa che ancora nulla è perduto.
Una sola ombra rimane sulla società, e va detta con chiarezza: si è aspettato troppo. La sconfitta di Benevento era già stata la cartina di tornasole. Lì era il momento di agire, non dopo tanti mesi di sofferenza calcistica. Ogni settimana di temporeggiamento ha significato punti lasciati sul campo, fiducia erosa negli spogliatoi, entusiasmo dissipato sugli spalti. Le decisioni difficili nel calcio vanno prese prima che diventino urgenti.
Adesso però è fatto. Cosmi è a Salerno, con la sua personalità da fuoco d'artificio e con tre anni di riflessione nelle vene. La scommessa è aperta, e sono convinto che abbia tutte le carte per vincerla, nonostante tutto e tutti.
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