Ci sono stagioni che lasciano un segno, quello amaro della delusione cocente, dell'occasione sprecata, della sequela di errori travestiti da progetto tecnico. La Salernitana di quest'anno è esattamente questo: un cantiere aperto su fondamenta sbagliate, progettato male e mal gestito. E uno dei principali artefici è Daniele Faggiano.
L'errore originale: puntare tutto su Raffele
Tutto nasce da una scelta: quella di affidarsi a Giuseppe Raffele come guida tecnica. Un'opzione che sulla carta poteva sembrare coraggiosa, persino visionaria. Nei fatti, si è rivelata semplicemente sbagliata. Faggiano ha scommesso tutto su di lui e quando si scommette tutto su un cavallo che non corre, si perde tutto.
Il problema non era solo la scelta in sé. Era il metodo che ne è conseguito: la logica del do ut des, dell'allenatore accontentato in tutto e per tutto. Raffele ha chiesto, Faggiano ha dato. Senza filtro critico, senza la necessaria autonomia valutativa che dovrebbe essere il marchio di fabbrica di un direttore sportivo di lungo corso.
La campagna acquisti estiva dettata dall'allenatore
Faggiano ha costruito la rosa sulla base delle indicazioni di Raffele, portando in granata una serie di calciatori "fedelissimi" dell'allenatore, profili conosciuti, graditi, richiesti. Nomi come Capomaggio e Tascone, solo per citare i più emblematici, che avrebbero dovuto essere l'ossatura del progetto tecnico.
Il risultato? Tra i peggiori della stagione. Calciatori che non hanno inciso, che non hanno risposto alle attese, che hanno trascinato verso il basso il rendimento collettivo. Non stiamo parlando di sfortuna o di un momento di forma negativo: stiamo parlando di scelte sbagliate, di profili non adeguati, di un'analisi di mercato che evidentemente non c'è stata.
Gennaio: quando un ds esperto avrebbe detto basta
Poi è arrivato gennaio. Con esso, l'ultima grande occasione di correggere il tiro. E anche qui, Faggiano ha mancato clamorosamente l'appuntamento.
Dopo sei mesi di campionato, i segnali erano inequivocabili: una squadra senza gioco riconoscibile, una difesa che faceva acqua da tutte le parti, basti ricordare le disfatte di Catania e, soprattutto, quella di Benevento, una serata da dimenticare che aveva mostrato con brutale chiarezza tutti i limiti strutturali del gruppo. In quei momenti, un direttore sportivo di esperienza avrebbe dovuto avere il coraggio di prendere una decisione difficile: sollevare Raffele dall'incarico, rinnovare con decisione il parco giocatori, resettare tutto e ricominciare.
Faggiano non lo ha fatto. Ha scelto la continuità, forse per coerenza con la propria scelta iniziale, forse per non ammettere l'errore. Qualunque sia la ragione, il prezzo lo ha pagato la squadra e lo stanno pagando i tifosi.
Il verdetto: una buona reputazione bruciata in una stagione
Daniele Faggiano arrivava a Salerno con un curriculum rispettabile, una carriera costruita su anni di lavoro. Una reputazione guadagnata sul campo, con sacrificio e intuizioni spesso felici. Tutto questo patrimonio di credibilità rischia oggi di essere seriamente intaccato da questa stagione nera.
È giusto riconoscerlo: Faggiano non è un incompetente. È un bravo professionista, come abbiamo già riconosciuto in precedenza, ma quest'anno ha sbagliato quasi tutto quello che c'era da sbagliare. Ha scelto male l'allenatore, lo ha assecondato acriticamente nel mercato, non ha avuto il coraggio di cambiare in corsa, e ha accettato condizioni operative sul mercato che non potevano portare a nulla di buono.
La speranza, e dobbiamo concedergliela perché l'onestà intellettuale lo richiede, è che da questa esperienza tragga le lezioni che essa contiene in abbondanza. Il calcio punisce gli errori, ma non nega la possibilità di riscatto a chi sa guardarsi allo specchio per riconoscere gli errori e rimediare prontamente.
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