La campagna acquisti invernale della Salernitana si sta muovendo con quella prudenza che, diciamolo pure, somiglia parecchio alla parsimonia forzata. E sia chiaro: non è colpa di Daniele Faggiano, che come ho già scritto in un precedente articolo considero un direttore sportivo esperto e capace. Il problema è che quando ti chiedono, e tu accetti, di cucinare una cena di gala con un budget da happy meal, anche lo chef più bravo finisce per servire piatti che profumano più di compromesso che di ambizione.
Faggiano sta facendo i salti mortali tra Carriero prelevato dal Trapani (classe '97), Arena dall'Arezzo, e qualche altro nome che circola come Molina (classe ’97, solo due gol quest’anno, di cui uno su rigore, per quest’argentino riserva del Siracusa). Siamo certi che alla Salernitana e a Faggiano non mancano talent scout capaci di scovare talenti nascosti. Ma viene da chiedersi: in questi mesi cosa hanno osservato esattamente? O hanno osservato solo le riserve trentenni degli altri? E sono tutti profili che arrivano con contratti biennali o triennali che diventeranno il rompicapo del prossimo DS, chiamato a smistare altrove giocatori che magari non rientreranno più nei piani.
La sindrome della tela di Penelope
È una storia che abbiamo visto troppe volte: costruire, smantellare, ricostruire. La classica tela di Penelope che, diciamolo pure con un sorriso amaro, ha fatto precipitare questa squadra dalla Serie A alla Serie C in soli due anni. E allora, se davvero il budget è quello che è, se Faggiano deve friggere con l'acqua perché l'olio scarseggia, non sarebbe il caso di cambiare strategia?
Il valore dei giovani affamati
Ecco il punto: se proprio dobbiamo ingoiare il rospo dell'ennesimo mercato gestito in economia per non appesantire ulteriormente il bilancio, tanto vale farlo con intelligenza. Innanzitutto bisognerebbe fare chiarezza con i tifosi granata e riconoscere apertamente che la corazzata tanto invocata a Salerno non è nei piani, e che Catania e Benevento giocano su un altro pianeta economico, irraggiungibile per le attuali disponibilità. Allora tanto vale puntare i fari verso la Serie D dove pullulano giovani talenti che costano pochissimo, hanno fame di emergere e potrebbero rappresentare un investimento anziché l'ennesimo peso morto a bilancio. Ragazzi che sognano il professionismo, pronti a dare il 200% pur di dimostrare di meritare il palcoscenico della Serie C. Certo, avranno bisogno di tempo per adattarsi. Certamente non tutti diventeranno fenomeni. Ma almeno sarebbero nostri, di proprietà, patrimonio della Salernitana. Giocatori su cui costruire davvero un futuro, non meteore di passaggio con contratti che pesano come macigni quando arriva il momento di liberarsene.
Ricordiamo Gianfranco Zola: quando il Napoli lo pescò nel 1989, giocava nel Nuorese in Serie C2. Aveva 23 anni e nessuno scommetteva su di lui. Eppure quel ragazzino sardo divenne una leggenda, prima a Napoli poi in tutta Europa. Non è l'unico caso: la storia del calcio è piena di talenti scoperti nei campionati minori che hanno scritto pagine memorabili.
Il paradosso degli attaccanti trentenni
Prendiamo l'attacco: Roberto Inglese ha 34 anni, Franco Ferrari ne ha 32. Sono giocatori esperti di categoria, ci mancherebbe, ma guardando i numeri recenti e le prestazioni deludenti fin qui offerte, viene da chiedersi: non sarebbe stato più sensato affiancare a queste figure d'esperienza qualche giovane affamato pescato nei campionati minori?
Uno che corra come un ossesso per novanta minuti, che non abbia paura di sbagliare perché ha vent'anni e tutta la carriera davanti? Magari sbaglia il primo gol, magari il secondo, ma al terzo potrebbe sorprenderti. E soprattutto: tra due anni non devi pregare qualche altra società di prenderlo in prestito pur di liberartene.
Meno riserve di Serie C con la carta d'identità ingrigita e più giovani con gli occhi che brillano. Ma attenzione: i giovani vanno fatti crescere con intelligenza, non sballottati di ruolo in ruolo come pedine sulla scacchiera. E qui il pensiero corre inevitabilmente a Ferraris, ma è solo una coincidenza, sia chiaro.
Perché sì, la promozione immediata in Serie B resta un sogno lontano - e diciamolo pure, con questo mercato probabilissimo che rimanga tale. Purtroppo temiamo che il purgatorio della serie C per la Salernitana non sarà di breve durata, ma almeno mettiamo l’anima in pace e assistiamo alla costruzione di una squadra giovane, nostra, con calciatori che a fine campionato varranno qualcosa anziché essere l'ennesimo fardello da piazzare altrove.
La stagione è lunga, gennaio è ancora aperto e forse qualche sorpresa arriverà. Nel frattempo, un appello al direttore Faggiano: se proprio bisogna tirare la cinghia, facciamolo guardando avanti. I giovani costano poco, rendono tanto (ma occorre un pizzico di fortuna e di bravura nello sceglierli) e soprattutto non ti lasciano con l'amaro in bocca quando ti tocca ricominciare da capo.
E la promozione? Quella la si conquista con i progetti seri, non con i rattoppi dell'ultimo minuto.
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