Ci voleva il Monopoli, squadra dignitosa ma certamente non irresistibile, per mettere il sigillo definitivo su una stagione che definire deludente sarebbe un eufemismo generoso. Zero a uno. A casa propria. Contro una squadra che lotta per posizioni di metà classifica. E allora basta, è il momento di abbandonare ogni ipocrisia e scrivere quello che molti pensano ma pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce: di questo passo, la Salernitana non vedrà nessun playoff. Vedrà i playout.
Un allenatore allo sbando
Il problema ha un nome e un cognome, ma soprattutto ha un volto: quello di un allenatore che la proprietà continua a difendere con un accanimento che rasenta l'incomprensibile. Partita dopo partita, figuraccia dopo figuraccia, il mantra è sempre lo stesso: "Abbiamo fiducia nel mister, il progetto è chiaro, stiamo lavorando". Quale progetto? Quale lavoro? Cosa si vede in campo che possa giustificare tanta cieca fedeltà?
Perché quello che si vede in campo è agghiacciante. Una squadra senza identità, senza un'idea di gioco riconoscibile, senza automatismi, senza coraggio. Undici uomini che sembrano incontrarsi per la prima volta ogni domenica, che si guardano l'un l'altro come a chiedersi cosa fare con il pallone tra i piedi. Le vittorie, quando arrivano, sono striminzite, sofferte, esteticamente imbarazzanti. Risultati che si portano a casa stringendo i denti ma che non costruiscono nulla, non danno fiducia, non generano entusiasmo. E quando non arrivano nemmeno quelli, come accade sempre più spesso, il vuoto è totale.
Il delitto più grande: una rosa distrutta
Ma c'è qualcosa che fa ancora più male della classifica, qualcosa che dovrebbe far riflettere la proprietà più di qualsiasi risultato sportivo: la sistematica distruzione di una rosa che conteneva anche qualche calciatore di valore, giocatori già conosciuti dal tecnico, da lui stesso fortemente voluti e poi, inspiegabilmente, ridotti all'ombra di se stessi.
Stiamo parlando di una decina di elementi che arrivavano a Salerno con curricula rispettabili, con qualità accertate, con la fiducia dichiarata dello stesso allenatore che li aveva richiesti espressamente. E che in pochi mesi sono diventati irriconoscibili. Timidi, impauriti, confusi. Calciatori che altrove avevano reso bene e che oggi sembrano aver dimenticato come si gioca a pallone. Questo non è sfortuna. Non è un caso. È la firma inequivocabile di una mano tecnica incapace di valorizzare il materiale umano a disposizione, incapace di dare fiducia, di costruire un ambiente sereno, di trasmettere un'idea.
Distruggere un calciatore è molto più difficile di quanto sembri, eppure qualcuno ci riesce con una facilità sconcertante.
Due mercati sbagliati, un conto salatissimo
E veniamo alle campagne acquisti. Due sessioni di mercato condotte inseguendo le indicazioni di un allenatore evidentemente in grande confusione, con richieste contraddittorie, profili incompatibili con il sistema di gioco predicato, investimenti importanti finiti nel dimenticatoio. La proprietà ha aperto i cordoni della borsa, va riconosciuto, ma lo ha fatto senza una bussola, fidandosi di indicazioni che si sono rivelate fallaci.
Il risultato è una rosa squilibrata, pletorica in alcuni ruoli, deficitaria in altri, e soprattutto una rosa che non rispecchia nessuna filosofia coerente. Un collage di pezzi che non si incastrano, assemblati da qualcuno che non sapeva bene cosa stesse costruendo.
Questa squadra poteva lottare per la Serie B
E qui sta il paradosso più amaro, la riflessione che fa più male di tutte: nonostante gli errori marchiani nelle scelte di mercato, nonostante la confusione gestionale, il materiale umano a disposizione era discreto. Sono convinto, senza ombra di dubbio, che questa rosa, guidata da un allenatore capace, avrebbe potuto tranquillamente inserirsi nella lotta per la promozione diretta. Avrebbe potuto impensierire il Benevento, avrebbe potuto battagliare con il Catania. Avrebbe potuto rendere questo campionato di Serie C una corsa a tre invece che la marcia solitaria di chi sta davanti.
Invece siamo qui a temere addirittura i playout.
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