Ci voleva la Casertana, non una di quelle trasferte lontane in cui è facile trovare attenuanti nel traffico, nel campo pesante, nel vento. Ci voleva la Casertana, una squadra onesta, senza stelle a fare quello che tanti avevano già scritto sui muri: la Salernitana 2025-2026 non è degna nemmeno di questa categoria.
Il crollo più rapido della storia recente
Prendiamo i numeri, perché i numeri non mentono e non hanno pietà. Nel giro di ventiquattro mesi la Salernitana ha percorso al contrario la strada che squadre come Lecce o Venezia si sono sudate in decenni. Dalla Serie A con 17 punti all’ultimo posto (peggior rendimento di sempre nel campionato a 20 squadre), alla Serie B con quattro cambi di allenatore in una stagione e un finale da brividi con playout perso contro la Sampdoria. E ora la Serie C, dove ci si aspettava una cavalcata trionfale e invece ci si ritrova al quarto posto, già con un allenatore esonerato e un altro, Serse Cosmi, chiamato a 69 anni come pompiere in un palazzo in fiamme.
La matematica della vergogna è questa: cinque allenatori cambiati in dodici mesi tra Serie B e C, un monte ingaggi da ridurre d’urgenza vendendo prima di comprare (con il risultato di svuotare la rosa nel momento sbagliato), un mercato invernale fatto di rattoppi e con Lescano dall’Avellino come colpo da due milioni per tappare una falla strutturale e uno spogliatoio che, stando alle voci di chi frequenta l’Arechi, era già spaccato prima di Natale. Sono giocatori che giocano per non sbagliare, non per vincere. Chi gioca per non sbagliare resta basso, evita il rischio, passa indietro. E perde. Regolarmente.
Gli errori tecnici: un manuale di come non si gioca a calcio
La Salernitana di questo campionato ha un’identità tattica che cambia a seconda della settimana, del momento, dell’umore. Raffaele aveva impostato un 4-3-3 con pressing alto, concetto nobile ma che richiede gambe fresche, automatismi rodati e, soprattutto, una difesa che sappia accorciare in sincronia. Nessuna di queste tre condizioni era soddisfatta. Il risultato era un ibrido: alto quando avrebbe dovuto stare basso, basso quando avrebbe dovuto aggredire. Una squadra senza baricentro, sia fisico che mentale.
I dati delle partite casalinghe sono impietosi: numeri disastrosi in casa, con una delle peggiori difese della parte alta del girone. Una squadra che dovrebbe avere l’Arechi come fortezza si scopre fragile proprio davanti al proprio pubblico. E non è un caso: quando una squadra porta con sé il peso di un’intera città delusa, e non ha la personalità per gestire quella pressione, l’Arechi da risorsa diventa zavorra. La palla scotta, i tocchi si accorciano, le giocate scompaiono.
La società: navigare a vista senza bussola
Sarebbe comodo fermarsi agli undici in campo. Molto più comodo. Ma l’onestà intellettuale impone di salire di piano, fino in cima, dove le scelte si prendono davvero. Danilo Iervolino ha rilevato la Salernitana con l’ambizione dichiarata di stabilizzarla in Serie A. Due anni dopo si ritrova in Serie C, con una doppia retrocessione consecutiva che non si era mai vista in 106 anni di storia del club. Non è sfortuna. Non è il mercato sfavorevole. È una sequenza di decisioni sbagliate prese in momenti chiave.
Si comincia dalla panchina: Sottil ingaggiato e dimissionario dopo dodici giorni in Serie B, sostituito da Martusciello all’esordio assoluto nella categoria, poi Colantuono alla sua quarta panchina granata in otto anni (come se il riciclaggio degli stessi nomi fosse un progetto tecnico), poi Breda, poi Marino, poi Raffaele in Serie C, ora Cosmi. Cambiare allenatore è talvolta necessario. Farlo così spesso, e soprattutto farlo senza una chiara idea di gioco che sopravviva al cambio di panchina, è la prova che il problema non è mai stato l’allenatore.
Il ds Faggiano ha portato il suo metodo: vendere prima, acquistare poi, ridurre il monte ingaggi. Filosofia sacrosanta se applicata con la giusta tempistica. Ma arrivare al girone di ritorno con una rosa costruita a metà, senza un attaccante di ruolo fino all’acquisto di Lescano a gennaio, significa navigare a vista.
Cosmi: una scommessa o una resa?
Serse Cosmi è un personaggio che il calcio italiano conosce bene: carismatico, comunicativo, capace di prendere squadre in difficoltà e ridare loro ossigeno nel breve periodo. L’ha fatto a Perugia con risultati storici, l’ha fatto in altri contesti. Ma Cosmi non allena in Italia dal 2021, e la sua ultima esperienza, il Rijeka in Croazia, si è conclusa dopo due mesi con un esonero. Chiamarlo a 69 anni, fermo da quattro, per gestire un finale di stagione con una rosa che non ha scelto lui, uno spogliatoio che è già ai minimi termini e un obiettivo play-off da difendere, è una scommessa ad alto rischio. O forse è semplicemente la conferma che, quando manca un piano, si chiama il nome più famoso in rubrica.
La città che merita risposte, non promesse
C’è una cosa che non cambia in tutto questo disordine: i cinquemiladuecento abbonati che hanno scelto di seguire questa squadra in Serie C, più di quanti ce ne fossero in Serie B l’anno scorso. Una fedeltà che è quasi inspiegabile dal punto di vista razionale, e che per questo va rispettata con un’umiltà che la società non ha ancora dimostrato. I tifosi di Mercatello e Mariconda, di Pastena e Torrione, non chiedono miracoli. Chiedono rispetto. Chiedono che qualcuno si alzi e dica, senza comunicati ufficiali in orari impossibili, senza diplomazia da ufficio stampa: abbiamo sbagliato, ecco cosa faremo.
I play-off ci sono ancora, tecnicamente. La squadra è quarta, il distacco da Benevento e Catania non è più recuperabile. Ma la storia di questo campionato insegna che la Salernitana non è una squadra che sa gestire i momenti di pressione. E i play-off, per una rosa fragile mentalmente e costruita con i pezzi di ricambio, potrebbero essere l’ennesimo specchio in cui riflettersi senza riconoscersi.
Cosa serve, adesso? Serve il coraggio di un progetto vero, spiegato ai tifosi in una conferenza stampa reale, con domande scomode e risposte oneste. Serve che qualcuno in quella società capisca che il granata non è un colore su una maglia: è un’identità, e le identità non si gestiscono con i comunicati. Si onorano con i fatti.
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