Editoriale di oggi che si apre nell’esternazione di un sentimento che mai avrei pensato di accostare alla parola “Salernitana”: insofferenza. Già, perché chi segue la squadra da oltre 60 anni considerandola una delle cose più importanti in assoluto proprio non riesce a rassegnarsi a questo andazzo generale e a questa serie di errori che si ripetono ciclicamente senza che la gente riesca quantomeno a organizzare una pacifica diserzione utile a lanciare un messaggio. Eravamo a San Siro e oggi veniamo calcisticamente parlando umiliati dal Siracusa, speravamo nell’arrivo di Candreva e Ribery e oggi dobbiamo attendere Arena e Berra che forse valgono Coppolaro e Frascatore, ci prospettavano la zona sinistra della classifica in A e siamo stati agganciati dalla Casertana che, dopo il derby perso a Salerno, era 10 punti dietro di noi. Insomma, un disastro. E non è un problema di categoria. Il sottoscritto ha seguito in casa e fuori la Salernitana quando eravamo la Juventus della C, con campionati virtualmente vinti ad agosto e che si trasformavano in un totale anonimato da ottobre in poi. Il senso di frustrazione sportiva oggi deriva da una società che proprio non riesce a farci capire cosa voglia fare da grande.
Non vendono ma non investono il necessario, parlano di rancori e necessità di ripartire per poi negare il dialogo ai tifosi e a tutta la stampa, parlando poco e sempre presso gli stessi circuiti con messaggi che vanno sempre nella direzione di un quadriennio di investimenti milionari senza mai menzionare i disastri calcistici e gli introiti, con una società presa in A per 10 milioni e ora in C costretta ad attendere un mese e mezzo per ufficializzare Tascone. Iervolino è il proprietario ed è libero di disporre delle sue risorse come meglio crede e se non vuol cedere la Salernitana è giusto che resti al timone. Almeno, però, parli con chiarezza. Vuol vincere? Servono 4-5 giocatori di categoria superiore, da qui non si scappa. Vuol provare a vincere senza svenarsi? Arriveranno altri Carriero e altri Berra sperando in un miracolo sportivo o nel fattore Arechi negli infiniti playoff. Vuole mantenere il bilancio in attivo accontentandosi della terza serie? E’ nel suo diritto, basta dirlo. Perché se poi davvero si pensa che la Salernitana sia una corazzata, allora cambiamo tutti mestiere e trascorriamo la domenica pomeriggio in famiglia senza intossicarci o illuderci. A Siracusa abbiamo toccato il fondo e, come tanti tifosi, già dopo mezz’ora era forte la tentazione di spegnere la tv.
La mia, la nostra Salernitana che usciva dal campo tra gli olè ironici degli ultras del Siracusa che ci facevano passare la palla per testa senza che si abbozzasse una minima reazione caratteriale, senza uno scatto d’orgoglio. E, 5 giorni dopo la debacle, ancora zero innesti e tanti nomi sul taccuino che non cambierebbero affatto le sorti né alzerebbero l’asticella. Ed ecco puntuale l’attacco a Raffaele sui social, allenatore che per la verità ci ha messo del suo ultimamente alimentando il partito degli scettici. Qui però siamo a cospetto di un bivio dal quale non si scappa: o Faggiano ha costruito una rosa super e l’allenatore la sta depotenziando o Raffaele ha fatto 38 punti con un organico modesto. Considerando che tutti invocano rinforzi e che alla fine ci saranno 6-7 partenze verrebbe da scegliere la seconda ipotesi. Ribadendo, come sempre, che individuare nel ds o nel tecnico di turno l’origine di tutti i mali sposta l’attenzione dai reali problemi. Lunedì arriva il Cosenza, in altri tempi già oggi ci sarebbero ricevitorie piene di gente desiderosa di fare il biglietto, con appelli sul web e striscioni in città. Invece scetticismo e indifferenza totali, minimo stagionale in vista e quello zoccolo duro che canta, ma che non avrà certo infinita pazienza. Dopo Siracusa c’era l’obbligo di dare un segnale, invece niente. Nemmeno una strigliata al Mary Rosy, un confronto tra patron e calciatori. Niente. E impariamo anche noi a migliorare la mentalità. Perché i giocatori che vengono a Salerno si sentono sempre supereroi ancor prima di dimostrare il loro valore, tra giornalisti che attendono ore fuori il Check-Up nientemeno che per immortalarli prima dell’esame dell’urina, conferenze stampa infinite e selfie a autografi negli store. Ma non era solo per la maglia?
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