C'è un filo sottile che lega il presente al passato, e a Salerno quel filo ha il colore di un granata sempre più sbiadito. Mentre la città assiste, quasi incredula, all'ennesima stagione grigia, la memoria corre inevitabilmente indietro, a quando la Salernitana non era una squadra che arrancava, ma una che vinceva. E vinceva con stile, con progetto, con anima.
I due campionati precedenti hanno lasciato ferite profonde nell'orgoglio granata. Due vergognose retrocessioni consecutive. Non semplici scivoloni sportivi: vere e proprie débâcle che hanno umiliato una tifoseria tra le più calde del Sud. La Serie C avrebbe dovuto essere l'occasione per ripartire con dignità, per ritrovare una rotta. E invece il campionato in corso balbetta, esita, delude.
Eppure questa piazza ha conosciuto presidenti capaci di costruire imprese vere.
Peppino Soglia e la classe di Di Bartolomei
Bisogna tornare indietro di qualche decennio per trovare il primo capitolo di questa storia di presidenti vincenti. Era la Salernitana della C1, e Peppino Soglia guidava una società che sapeva quello che voleva. In panchina c'era Giancarlo Ansaloni, uomo di calcio concreto; in campo, con la fascia al braccio, c'era Agostino Di Bartolomei. Quella stagione finì con uno 0-0 al Vestuti contro il Taranto che valeva l'oro: promozione in Serie B, grande festa, e la sensazione, per i tifosi dell'epoca, di appartenere a qualcosa di solido.
Aniello Aliberti e la notte più bella
Se volete vedere gli occhi di un salernitano di una certa età illuminarsi, parlategli del 1998. Aniello Aliberti aveva costruito un progetto ambizioso, chiamato Delio Rossi in panchina in un momento cruciale, e la scelta si rivelò perfetta. La Salernitana vinse il campionato di Serie B 1997-98 e tornò in Serie A dopo cinquant'anni di attesa. Cinquant'anni. C'è qualcosa di commovente in quel numero, qualcosa che racconta generazioni di tifosi che non avevano mai visto la propria squadra tra le grandi, e che improvvisamente si ritrovarono a sognare ad occhi aperti.
L'Arechi era stracolmo, la città si era fermata. Quella squadra aveva un'identità riconoscibile, un modo di giocare, un carattere. Aliberti aveva saputo creare entusiasmo genuino attorno a un progetto credibile, e la piazza aveva risposto con quella passione meridionale che non è folklore ma sostanza. La stagione successiva in A fu dura, tutto girò contro una Salernitana, che riuscì comunque a far vedere sprazzi di gran gioco, con una squadra formata da giovani talenti.
Claudio Lotito e la pazienza del costruttore
Il caso forse più straordinario è quello di Claudio Lotito. Quando rilevò la Salernitana, il club era sprofondato nei dilettanti, nell'Eccellenza. Una rovina, non una società. Lotito lo ha rivendicato più volte, con quella sua consueta enfasi: ha preso la Salernitana dall'Eccellenza e l'ha portata in Serie A e su questo, i numeri gli danno ragione. Campionato di Serie D, poi C2, Supercoppa di Seconda Divisione, Coppa Italia di C, promozione in B, e infine il ritorno in Serie A nel 2021, chiudendo secondo in Serie B alle spalle dell'Empoli. Un percorso definito caso unico nella storia del calcio italiano, e probabilmente lo è davvero.
Quel che colpisce, guardandolo con gli occhi di oggi, non è solo il risultato finale ma il metodo: un'ascesa graduale, una stagione dopo l'altra, senza saltare i passaggi, senza illudersi di poter bruciare le tappe. La continuità come filosofia. La struttura come fondamento. Una visione che guardava lontano, anche quando i risultati immediati non sembravano abbastanza spettacolari.
Il confronto che non si vuole fare, ma che i numeri impongono
Non è nostalgia sterile, quella che si prova oggi guardando quegli anni. È qualcosa di più preciso: è la consapevolezza che una piazza come Salerno, con la sua storia, con la sua tifoseria, con le sue potenzialità, merita di essere guidata con lo stesso senso di responsabilità e di progetto che quei presidenti, ciascuno a suo modo, avevano dimostrato.
Due retrocessioni di fila, e ora un campionato di Serie C che stenta a decollare. Non si tratta di sfortuna, non si tratta di avversità del destino. Aliberti aveva capito che serviva un allenatore giusto al momento giusto. Soglia aveva capito che serviva una guida tecnica seria e un capitano d'esperienza. Lotito aveva capito che serviva pazienza, struttura, un piano pluriennale.
Oggi cosa ha capito l’attuale dirigenza granata?
Gli amarcord servono non a rimpiangere il passato, ma a ricordare a chi oggi la guida che la Salernitana sa vincere, quando è guidata bene.
Il granata, in fondo, è ancora lì. Aspetta solo un presidente vincente per tornare a brillare.
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