Diceva un vecchio allenatore, uno di quelli che fumavano in panchina e non lo trovavi mai su Wikipedia, che i playoff sono il momento in cui il calcio smette di fare finta. Tutto il resto, il girone d'andata, il mercato di gennaio, le conferenze stampa, sono solo teatro. Questo è il circo, quello vero, senza rete in caso di cadute.
La Salernitana sta per entrare in questo circo. Terza nel Girone C, accesso diretto alla fase nazionale. Sulla carta, una buona posizione. Sulla carta, anche Napoleone aveva una buona posizione prima di Waterloo, ma non è il caso di fare catastrofismo la vigilia.
Quello che mi colpisce, di questi playoff di Serie C, è la struttura. Vi partecipano 28 formazioni: le nove classificatesi dal secondo al decimo posto in ognuno dei tre gironi, più il Potenza, vincitore della Coppa Italia Serie C. Andata e ritorno, poi ancora andata e ritorno, poi semifinali, poi finale. La finale di ritorno è il 7 giugno. Più di un mese. Pensateci: più di un mese in cui ogni settimana porta con sé una domanda senza sfumature, senza attenuanti, senza la consolazione della prossima giornata. Sei dentro o fuori. Il calcio, nella sua forma più antica e più onesta.
I tifosi granata questa stagione hanno fatto una cosa bella e un po' strana: sono andati allo stadio di più in Serie C che in Serie B. Cinquemila abbonati e passa, quando la squadra giocava in massima serie ne contava il doppio, ma con un'aria diversa, più da consumatori che da innamorati. Succede, nel calcio di oggi. Sali di categoria, vendi i giocatori che conosci, ne compri altri che non sai come si chiamano, il prezzo del biglietto lievita e la curva diventa un posto dove si va a vedere uno spettacolo piuttosto che a sostenere una causa. Poi retrocedi, e tutto torna alle origini. Il dolore, la rabbia, e stranamente anche l'amore. Come certi matrimoni.
Cosmi è un allenatore che sa stare nei momenti difficili, lo sa da trent'anni, da quando portava l'Arezzo dalla Serie D verso la B con il berretto in testa e il fiume Arno a due passi, e lo sa ancora adesso, a 68 anni compiuti ieri (auguri mister!), dopo essere passato per Perugia, Udinese, Livorno, Palermo, Lecce, Siena, Crotone e persino una stagione in Croazia che non gli ha insegnato il croato ma forse qualcos'altro. Quattro anni lontano dalle panchine italiane, nel mezzo una parentesi da opinionista televisivo che non sembrava il finale di carriera giusto per uno come lui. Poi la chiamata di Faggiano, con cui aveva già lavorato a Trapani nel 2015, sfiorando la Serie A prima di perderla in finale playoff contro il Pescara di Oddo. Certi conti rimasti aperti tornano sempre, nel calcio, prima o poi. Al debutto ha pareggiato col Catania, poi ha perso con la Casertana, poi ha vinto tre volte di fila: il copione classico di chi deve rimettere in moto un motore ingolfato, senza fretta ma senza neanche troppo tempo. Adesso i playoff. Di nuovo. Come a Trapani, come sempre. L'uomo del fiume, dicono lo chiamino: e i fiumi, si sa, alla fine arrivano tutti al mare.
Il tabellone è lungo e tortuoso, pieno di squadre che hanno il loro perché: il Brescia che aspetta al secondo turno, l'Ascoli, il Catania. Squadre con storia, con tifosi, con la stessa fame. Non esiste un percorso facile verso la Serie B, e chi vi dice il contrario o mente o non ha mai visto una partita di playoff in vita sua.
Eppure. Eppure c'è qualcosa di prezioso in questo mese e mezzo che comincia adesso, e che i tifosi granata farebbero bene a non sprecare nell'ansia. Il calcio regolare è una maratona: nobile, faticosa, spesso grigia nei tratti di mezzo. I playoff sono un'altra cosa.
Non so come andrà a finire. Non lo sa nessuno. In un mondo che vuole prevedere tutto, misurare tutto, monetizzare tutto, c'è ancora un mese in cui la Salernitana può sorprendere, può deludere, può emozionare, e nessun algoritmo ve lo dirà prima. Dovrete aspettare, come si aspettava una volta, senza sapere. Come si aspetta il rigore decisivo: occhi chiusi, pugni stretti, e la certezza che qualunque cosa succeda, almeno ci eravamo.
Buona fortuna Bersagliera! A Salerno aspettiamo un finale che ci faccia, di nuovo, piangere di gioia.
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