Simone Barone riavvolge il nastro e ricorda la sua esperienza da collaboratore tecnico di Davide Nicola sulla panchina della Salernitana. Al podcast Scontro Diretto l’ex mediano racconta: “Arrivammo a febbraio ed eravamo messi abbastanza male. Ricordo però che c’erano due recuperi legati al rinvio per Covid e ci convincevamo che fossero già vinti, accorciando così le nostre proiezioni sulla concorrenza. Puntavamo sull’energia del gruppo. Poi avevamo la fortuna di avere un direttore come Sabatini che è sempre stato un illuminato, un uomo incredibile che ha portato calciatori come Ederson davvero importanti. Ricordo che quando arrivammo c’erano i vari Fazio, Radovanovic che non erano in condizioni come gli altri calciatori. Ricordo che facemmo 2-2 col Milan, poi avemmo alternanza di risultati. Dopo la sosta trovammo vittorie incredibili e quel 7 per cento divenne realtà”.
“Come accendere la speranza nel gruppo? Nicola su queste cose è bravissimo, sa toccare le corde giuste. Poi avevamo una squadra forte perché se ricordi Zortea, Ruggeri, Ribery, Ederson. Ricordo che anche Ribery fosse spento poi si è galvanizzato. Però la medicina migliore resta la vittoria. Andammo a Genova e vincemmo 1-2 con la Sampdoria, poi il recupero ad Udine al 95’ con Verdi e infine la domenica con la Fiorentina. Lì riuscimmo ad avere una squadra con tante individualità che trovarono la strada per trascinarci nel discorso salvezza”. L’epilogo fu con l’Udinese: “Arrivammo a quella sfida dopo aver pareggiato con il Cagliari al 97’ con Altare. Prima botta.
Andammo ad Empoli, pareggiamo dopo aver sbagliato il rigore all’87’ con Perotti. Con l’Udinese eravamo scarichi oltre che affamati di vincere subito. Ci buttammo in avanti e venimmo puniti perché avevamo l’ansia negativa di quello che poteva succedere a te così come a Venezia. Non è stato bellissimo salvarsi con una sconfitta in casa 0-4 ma contava la salvezza. Ribery? Il primo allenamento quando arrivammo mi diede un calcio sul sedere perché mi ricordò la finale dei Mondiali. Era un calciatore clamoroso, fortissimo. Quando faceva la settimana giusta era di un altro livello. Fu fondamentale nello spogliatoio: a volte andava anche oltre con i compagni ma era un leader a tutto tondo oltre che un campione, tanto che iniziò a far parte del nostro staff”.
“Il secondo anno? Anche le squadre che lottano per la salvezza devono avere il giusto mix tra tecnica, fisicità, esperienza, carattere. Nel secondo anno a Salerno c’erano Dia, Candreva, Vilhena. Eravamo sempre fuori dalla zona salvezza ma ci sta un passaggio a vuoto che ti porta a perdere partite in serie. In Italia serve avere sempre una corsa in più per il compagno, anche essere più sfacciato con le big per provare a non incassare sempre”.
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