Il pareggio di oggi contro la Cavese lascia l'amaro in bocca non tanto per il risultato in sé, quanto per le modalità con cui è maturato. La Salernitana, in vantaggio 1-0 grazie al gol di Lescano al 33', sembrava avere in pugno una partita che avrebbe consolidato il terzo posto e mantenuto accese, seppur flebili, le speranze di rincorsa al Benevento. Invece, al 90' è arrivata la beffa del pareggio di Minaj, su un'azione viziata da un evidente fallo su Molina che l'arbitro Ramondino non ha ravvisato nemmeno dopo la revisione al FVS.
Ma sarebbe troppo facile, e profondamente scorretto, scaricare tutte le responsabilità sulla terna arbitrale. La verità è che questo pareggio porta la firma delle scelte tattiche di Giuseppe Raffaele, che nell'ultimo quarto d'ora ha trasformato una squadra in controllo del match in una formazione arroccata nella propria metà campo, in balia degli avversari.
La mentalità della paura
Il problema non è tanto tecnico quanto mentale. All'80', con la squadra che gestiva l'1-0, Raffaele ha operato una doppia sostituzione che ha cambiato radicalmente il volto della partita: fuori Lescano, dentro Ferrari. Fuori Achik, dentro Tascone. Il messaggio era chiaro, cristallino, e purtroppo è arrivato forte e chiaro anche alla squadra: "Arrocchiamoci in difesa dell'1-0".
È qui che si misura la differenza tra un allenatore moderno, capace di leggere le dinamiche di una partita e intervenire per risolverle, e un tecnico che ragiona ancora con la mentalità della provincia, tutto teso a difendere il minimo scarto. Quella mentalità che ti porta a chiuderti quando invece dovresti continuare a giocare, quella paura di vincere che spesso diventa il preludio alla beffa.
Perché un allenatore deve capire dalla panchina cosa non sta andando bene e prendere provvedimenti per provare a risolvere i problemi, non per crearne di nuovi. Non c'era urgenza di snaturare l'assetto tattico. Eppure Raffaele ha scelto la strada più conservativa possibile, quella che paradossalmente espone di più al rischio di subire gol.
Le scelte sbagliate
Analizziamo nel dettaglio le sostituzioni. Togliere Lescano, autore del gol e punto di riferimento offensivo, per inserire Ferrari era già di per sé una scelta discutibile. Ferrari è un centravanti boa, lento, macchinoso, un giocatore che in una situazione del genere serve più a tenere palla che a creare pericoli. E infatti non ha praticamente mai toccato il pallone, risultando del tutto inutile alla causa.
Se proprio si voleva giocare con una sola punta, visto che la squadra si stava inevitabilmente chiudendo nella propria metà campo, sarebbe stato infinitamente più logico scegliere un attaccante veloce come Ferraris. In caso di contropiede, con i suoi piedi e la sua rapidità, avrebbe potuto dire la sua. Invece no: si è preferito un giocatore che in contropiede è l'ultima cosa di cui hai bisogno.
E poi c'è la scelta di Tascone. Certo, doveva rinforzare il centrocampo dopo l'uscita di Achik. Ma quale rinforzo può dare un giocatore che nelle precedenti uscite ha deluso, fornendo prestazioni scialbe e inconsistenti? Un giocatore che anche oggi ha confermato i suoi limiti con lanci imprecisi. La squadra si è schiacciata, ha rinunciato a pressare. Si è limitata a respingere, a soffrire, a sperare che il tempo passasse in fretta.
Ma il calcio non funziona così. Quando smetti di giocare, quando abdichi alla tua idea di calcio per pura paura, apri la porta agli avversari. E la Cavese, galvanizzata dall'attendismo granata, ha iniziato a credere nella rimonta. Ha alzato il baricentro, ha aumentato la pressione, ha messo alle corde una Salernitana sempre più in difficoltà. Il gol era nell'aria, si sentiva, era solo questione di tempo. E infatti è arrivato al 90'.
Una mentalità da cambiare
Il problema di fondo è culturale. Raffaele viene da anni di gavetta in Serie C, da esperienze con squadre più piccole dove l'obiettivo principale era spesso la salvezza o al massimo un dignitoso piazzamento playoff. È normale che in quegli ambienti si sviluppi una mentalità conservativa, dove difendere il risultato diventa prioritario rispetto al cercarlo.
Ma la Salernitana, pur essendo in Serie C, è un club con ambizioni diverse. È una piazza che ha vissuto la Serie A pochi anni fa, che ha un bacino di tifosi importante, che ha investito per costruire una squadra dignitosa. Certo, il Benevento sembra irraggiungibile, ma i playoff sono un obiettivo concreto, realistico. E per arrivare lontano nei playoff servono mentalità vincente, coraggio, capacità di gestire le partite senza rinunciare a giocare.
Con questo approccio rinunciatario, con questa paura di osare, è inutile illudersi. I playoff si vincono con personalità, non chiudendosi nella propria area di rigore a difendere l'1-0. Si vincono continuando a giocare, a imporre il proprio gioco, a tenere il pallone lontano dalla propria porta. Si vincono con cambi intelligenti, che rinforzano la squadra senza snaturarla, che portano freschezza senza rinunciare alla qualità.
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