Giuseppe Raffaele è arrivato a Salerno portandosi dietro il grimaldello che aveva aperto le porte del successo a Cerignola: uomini fidati, schema consolidato, certezze tattiche. Da Capomaggio, Tascone e Achik, metà spogliatoio granata profuma di Ofantino mentre il 3-5-2 era scolpito nella pietra.
Ma ecco il paradosso: quello che funzionava in Puglia qui si inceppa come un orologio svizzero immerso nella sabbia. E allora via, cambi in corsa, mutazioni tattiche, passaggi al 4-4-2 che sembrano più atti di disperazione che scelte ponderate. Il vestito cucito su misura non calza, eppure continuiamo a stringere la cintura sperando che prima o poi vada bene.
Quando gli attaccanti diventano fantasmi
Ferraris è un enigma avvolto nel mistero. Il più brillante in area di rigore, quello che accendeva la lampadina quando gli altri brancolano, viene trasformato in trequartista – ruolo che ne spegne il guizzo naturale – per poi essere sostituito oggi immeritatamente. Perché? Mistero della fede calcistica.
E Inglese? Un gigante buono che attraversa il campo come un turista distratto in una città che non conosce. Fisico da Serie A, impatto da amichevole estiva. Eppure resta lì, inamovibile, mentre Ferrari – che almeno prova a mordere – comincia dalla panchina. La logica traballante di certe scelte tecniche meriterebbe un saggio di filosofia applicata al calcio.
La difesa o il formaggio svizzero?
Grandolfo beffa i granata di testa al 9'. Ennesimo gol subito da calcio piazzato, ennesima marcatura preventiva che diventa un optional. Il Trapani nel primo tempo ha avuto il sentore di poter chiudere la pratica, fiutando quella fragilità psicologica che ormai accompagna la Salernitana come un'ombra. Anastasio, con una punizione da manuale al 35', evita il peggio. Ma il problema resta: quando gli avversari smettono di temerci, l'Arechi diventa un campo come un altro, non più il fortino inespugnabile di un tempo.
Il Benevento che ride e il Catania che scappa
Mentre noi ci arrovelliamo in questa crisi esistenziale tattica, il Benevento – che ha cambiato allenatore dopo una vittoria, scelta all'apparenza folle – macina risultati come un mulino a vento in burrasca. Il Catania invece corre a +5, e la promozione diretta comincia a sembrare una cartolina sbiadita da appendere al muro dei ricordi.
La domanda sorge spontanea: ha senso continuare a investire su un progetto che sulla carta convince, nei fatti delude, e sul campo confonde? Il mercato di gennaio si avvicina come l'ennesimo bivio: altre pedine per lo stesso schema o il coraggio di cambiare spartito?
Questa piazza ha vissuto la Serie A e abbracciato la Serie C senza mai perdere la dignità. Ha superato retrocessioni che avrebbero annientato altre tifoserie, ha resistito a momenti che avrebbero fatto crollare società più blasonate. La Curva Sud Siberiano continua a spingere, a urlare, a credere. Ma la fedeltà ha un limite: quello della speranza tradita troppe volte.
Ed eccoci al nodo gordiano: nel calcio, quando un progetto tecnico non decolla, quando lo schema non funziona e i risultati latitano, è l'allenatore il primo a doverne rispondere. Non per crudeltà, ma per logica sportiva elementare. Il tecnico è il regista di un'orchestra: se la sinfonia stona, si cambia direttore prima di sostituire tutti i musicisti.
Il Benevento lo ha capito con un tempismo chirurgico. Ha esonerato Auteri dopo una vittoria – scelta che sul momento è sembrata folle, spericolata, quasi masochista. Eppure quella decisione coraggiosa, presa guardando oltre il risultato contingente per analizzare prestazioni e prospettive, si è rivelata vincente. I giallorossi oggi macinano punti e certezze, mentre noi continuiamo a chiederci se sia il caso di aspettare ancora, di dare un'altra chance, di credere che la svolta arrivi domani.
Ma quanti domani servono prima di ammettere che il vestito non calzerà mai? Quante partite ancora dobbiamo vedere Inglese vagare come un turista, Ferraris sacrificato in ruoli che ne annullano le qualità, una difesa che regala gol sistematicamente? La fedeltà a un progetto è una virtù, l'ostinazione cieca è un vizio.
Faggiano non servono proclami o promesse: servono scelte coraggiose. Perché un 1-1 casalingo col Trapani non è solo un risultato deludente, è l'ennesimo sintomo. E ignorare i sintomi, nel calcio, porta sempre a diagnosi peggiori. A Benevento hanno avuto il coraggio di cambiare. A Salerno, ce l'avremo?
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