Non è facile raccontare la storia di una squadra che in soli due anni è riuscita nell'impresa titanica di passare dalla Serie A (con proclami pubblici di raggiungere la zona sinistra della classifica) alla Serie C, collezionando retrocessioni come se fossero francobolli. Eppure la Salernitana ci è riuscita, regalando ai suoi tifosi un'esperienza unica nel panorama calcistico italiano: una doppia retrocessione che suona come una sinfonia stonata, ma che ha la sua perversa coerenza.
Il Primo Atto: La caduta dal Paradiso
Ricordiamolo bene: nel 2021 la Salernitana aveva conquistato la Serie A dopo 23 anni di attesa. Un sogno diventato realtà per una città che aveva saputo aspettare, sperare, soffrire. Poi arrivò Danilo Iervolino, imprenditore dalle idee chiare e dalle tasche sufficientemente profonde per tenere il club nel massimo campionato.
"Lasciate fa' o presidente": Quando la Fiducia supera la Ragione
I tifosi granata, popolo di fede incondizionata, avevano abbracciato Iervolino come un salvatore. Durante quei ritiri precampionato iniziati e finiti con rose incomplete, squadre rattoppate e mercati chiusi in extremis, l'urlo "lasciate fa' o presidente, iatevenne a mare!" risuonava sui social come un mantra. Una fiducia cieca, quasi commovente nella sua ingenuità.
Quante volte abbiamo visto rose presentate a metà agosto con più lacune di un formaggio svizzero? Quante volte i tifosi hanno dovuto fingere entusiasmo di fronte a campagne acquisti che sembravano più operazioni di pronto soccorso che vere strategie sportive?
Le scelte di mercato sembravano quelle del "tanto per fare numero": prestiti di giovani sconosciuti, calciatori fuori rosa alternati a parametri zero di dubbia affidabilità.
Mentre altre retrocesse come il Sassuolo (poi promosso) investivano il paracadute su elementi di categoria superiore, la Salernitana anche l’estate scorsa navigava a vista, affidandosi più alla speranza che alla programmazione.
Il Secondo Atto: L'Inferno della Serie C
Ora, dopo la cocente e umiliante sconfitta nei playout contro la Sampdoria, la matematica ha emesso il suo verdetto implacabile. Danilo Iervolino, proprietario della Salernitana, ha parlato al Corriere dello Sport dopo la sconfitta contro la Sampdoria ai playout, esprimendo "un misto profondo di amarezza e delusione".
La Serie C si profila all'orizzonte come un miraggio al contrario: invece di promettere sollievo, annuncia sofferenza. Perché il paradosso è tutto qui: per allestire una squadra vincente in Serie C servono gli stessi soldi della Serie B, ma gli introiti sono drammaticamente inferiori.
L'aritmetica del Disastro
Facciamo due conti, quelli che probabilmente stanno tenendo sveglio Iervolino nelle sue notti romane. In Serie C gli abbonamenti si contano sulle dita di una mano, gli sponsor scappano come gatti scottati, e i diritti televisivi sono una voce di bilancio che fa ridere i polli. Il bilancio chiuso al 30 giugno 2024 evidenzia un rosso di circa 41,4 milioni, Il fatturato è calato, si è passati dai 70,9 milioni registrati al 30 giugno 2023 ai 63,2 del giugno 2024. Una perdita secca che in Serie C diventerà un macigno.
Per dare un'idea delle proporzioni del disastro: in Serie A gli introiti da diritti tv erano di circa 30 milioni annui, in Serie B si è sceso a 8-10 milioni, in Serie C si parla di 200-300mila euro. Una differenza abissale che rende quasi impossibile mantenere strutture e costi da serie superiore.
E come se non bastasse, le prime due partite si giocheranno a porte chiuse, insomma piove sul bagnato. Una situazione che Oreste Vigorito, patron del Benevento, conosce bene: la Serie C è un pozzo senza fondo che inghiotte soldi e speranze con uguale voracità, e non offre quella visibilità mediatica a cui la società si era abituata.
L'ironia del Destino
C'è qualcosa di tragicamente ironico in questa storia. Una squadra che aveva fatto sognare un'intera città, che aveva resistito in Serie A contro ogni pronostico, sognando anche un futuro con un possibile accesso nelle coppe europee, si ritrova ora a dover ripartire dall’inferno della serie C.
La Serie C italiana è piena di nobili decadute, ma poche hanno vissuto un tracollo così rapido. Il Parma ci mise quattro anni per risalire dalla D alla A (2015-2018), investendo però cifre monstre. La Fiorentina negli anni '90 risalì in tempi record, ma con la famiglia Cecchi Gori che mise mano al portafoglio senza guardare al centesimo.
La squadra granata potrebbe andare a comporre il puzzle del girone C 2025/26, inseguendo il sogno di ripetere l'impresa dell'Avellino. Ma gli irpini hanno conquistato la promozione solo grazie agli investimenti massicci della famiglia D'Agostino, che dopo anni di tentativi falliti non ha mai smesso di mettere mano al portafoglio per allestire rose competitive con tecnici di esperienza. La morale della favola è crudele: per risalire dalle sabbie mobili della Serie C servono molti più soldi di quelli che sarebbero bastati per salvarsi in Serie B e magari centrare anche i playoff.
Ora tocca ripartire, con Iervolino che sembra stia riflettendo sulla possibilità di affidare la poltrona di direttore sportivo a Daniele Faggiano, mentre i tifosi amareggiati e disillusi osservano senza entusiasmo. Anche quest’estate si andrà al mare, ma senza portarsi dietro sogni di Serie A, ma solo la rassegnazione di chi sa di aver toccato il fondo.
Due anni fa la Salernitana giocava a San Siro contro Milan e Inter, con 70mila spettatori e dirette televisive in tutto il mondo. Ora il calendario potrebbe riservare trasferte a Cerignola, Picerno o Casarano, davanti a 500 spettatori paganti e qualche sparuto cronista locale.
È il calcio che cambia volto in pochi mesi: dai riflettori della Serie A all'anonimato della C.
Dal San Siro a Cerignola, dal miraggio dell'Europa League alla serie C: due anni che sembrano due secoli, un viaggio all'incontrario che neppure il più pessimista dei tifosi avrebbe potuto ipotizzare. Ma il calcio è anche questo: cadere e rialzarsi, soffrire e sperare, maledire e tornare ad amare.
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