Eravamo un gruppetto e tra di noi lo chiamavamo “U-Boot”. Era Drazen Bolic, terzino, un marcantonio di 1,84, nato a Karlovac, città serba che ha quattro fiumi conosciuti, ma in realtà sono cinque perché il quinto nessuno lo nomina ma è il più importante in quanto sostiene l’economia della Croazia: è quello della buona birra che esce dalle fabbriche a tonnellate e viene esportata in tutto il mondo. In spregio a questo particolare, Drazen non era un gran bevitore. E non era nemmeno granché allegro. Forse perché ricordava ciò che aveva subito la sua città nella recente guerra dei Balcani da parte dei separatisti serbi, i quali avevano usato la mano pesante distruggendo palazzi e monumenti. Con l’aiuto di Di Michele, stese il Cittadella alla prima partita con la Salernitana. Due dei tre gol che dettero ai granata una netta vittoria alla 36esima giornata di un campionato mediocre, furono siglati da lui; da qui il soprannome di “U-Boot” in voga solo tra chi sapeva che gli “U-Boote” erano i micidiali sommergibili tedeschi che, emergendo all’improvviso dal fondo dell’Oceano, siluravano a più non posso le navi inglesi. La ragione per cui Bolic fu accostato a questa arma così distruttiva era che anche lui emergeva all’improvviso nelle aeree avversarie e con i suoi siluri - di solito li scagliava di testa, essendo un fortissimo colpitore - faceva saltare le porte rivali. Senza che nessuno se ne accorgesse, scivolava silenziosamente fin nelle ultime maglie delle difese nemiche ed era inesorabile nel centrare il bersaglio. A Salerno in 85 partite giocate dal 1998 al 2001 gli riuscì tre volte, ma in carriera colpì 49 volte, compreso i sette gol segnati con la maglia della Nazionale jugoslava. Ricordiamo che Drazen era un difensore di fascia, nonché un centrale addetto alla custodia delle punte avversarie!
Contro il Cittadella quel 27 maggio 2001 la Salernitana schierò Soviero, Tamburini, Olivi, Mantelli, Bolic, Moscardi, Melosi, De Franceschi, Campedelli, Vignaroli, Di Michele. Aprì le marcature fu “ReDavid” dopo 16 minuti e tutti pensarono che si apprestava a dar luogo a un festival personale. In realtà fu Bolic a raddoppiare al 61’ e a chiudere l’incontro sul 3-0 all’83’. Di Michele in quella stagione timbrò 14 volte il cartellino di goleador, cionostante la Salernitana di Sonetti si piazzò solo al quindicesimo posto. Drazen Bolic, che il presidente Aliberti aveva scovato con i suoi segugi nel campionato jugoslavo due anni prima, portandolo alla corte di Delio Rossi, il suo profeta, per farne una diga insuperabile, si rivelò un acquisto azzeccato. E, d’altro canto, non era uno sprovveduto. Aveva 26 anni e con il Partizan aveva giocato 100 partite, segnato 25 reti e vinto tre Scudetti e due Coppe, collezionando anche sette presenze nella Nazionale maggiore. Con questo curriculum fu adocchiato dal Napoli di Gaucci e, svincolatosi dall’Ancona, con cui era tesserato, fece tutta la preparazione estiva con gli azzurri. Doveva scendere in campo, ma finì al Vicenza, in serie B. Fu un’operazione quasi notturna. Anche quella volta scivolò sott’acqua in silenzio, come un “U-Boot”. Poi passò al Lanciano, in sere C1, e concluse la sua carriera onorevolmente giocando 102 partite e aggiungendo 10 reti al suo bottino. Ritornò in patria nel 2010 e incominciò ad allenare.
Questa storiella l’abbiamo scritta per i difensori granata di oggi. D’accordo, non segnano molto, ma, per Salernitana-Cittadella di sabato allo stadio Arechi, Bolic potrebbe ispirarli.
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