La sconfitta di Siracusa non è solo un 3-1 da archiviare in fretta, ma una cartolina stropicciata che racconta limiti, paure ed errori di crescita di una Salernitana ancora lontana dall’essere squadra compiuta.
Gol preso nei primi minuti, linea difensiva sfilacciata, reparti lunghi, transizione negativa che sembra più una pausa di riflessione che una reazione di squadra. Il Siracusa sente l’odore del sangue, attacca la profondità e approfitta di una Salernitana che, lontano dall’Arechi, entra in partita come chi arriva tardi sotto i portici: già col fiatone e con la testa altrove.
Col pallone tra i piedi, i granata fanno tanto volume ma poca musica: possesso spesso sterile, verticalizzazioni senza adeguato sostegno, esterni che non trovano continuità nella giocata e non riescono mai davvero a creare quella superiorità che accende le partite e le curve. Il centrocampo si ritrova intrappolato nella gabbia siciliana: il Siracusa lavora di densità, chiude le linee interne, costringe la manovra fuori, mentre la Salernitana fatica a trovare inserimenti, rotazioni e coraggio nel palleggio verticale, diventando prevedibile come una trama già vista troppe volte.
Anche la lavagna tattica di Raffaele, come già avvenuto in passato, appare confusionaria: l’assetto iniziale non garantisce equilibrio tra possesso e non possesso e le prime pressioni risultano più istintive che organizzate. Perché mettere in campo un febbricitante ci chiediamo ancora? I cambi, poi, sono sembrati agli osservatori più un messaggio alla società, anche se gli acquisti sono stati chiesti e avallati da lui. E così nella ripresa non muta struttura né ritmo, e l’inerzia della gara resta saldamente incollata alla maglia del Siracusa, mentre la Salernitana sembra aspettare il fischio finale per tornare sotto le docce.
Dietro, ogni palla scoperta diventa un brivido: la linea arretrata soffre imbucate e cambi gioco rapidi, la sincronizzazione è intermittente, l’espulsione nel finale è la classica ciliegina amara che spegne anche l’ultima velleità di forcing ordinato. C’è il lampo del gol granata, figlio di una bella giocata individuale che certifica come il talento non manchi, ma resta un episodio isolato, una fiammata nel buio che non basta a scaldare una partita rimasta quasi sempre nelle mani dei padroni di casa.
Questa partita dice chiaramente dove la squadra perde metri, energia e identità, e indica cosa manca davvero a livello di organico e di struttura complessiva. Pensare di raddrizzare tutto con scambi di riserve e prestiti tappabuchi sarebbe come provare a fermare la mareggiata del golfo con un secchiello di plastica: qui servono interventi mirati, strutturali, scelte forti, perché il rischio di vivere un terzo campionato fallimentare non è più un fantasma ma una possibilità concreta.
La stagione è ancora lunga, il campionato non aspetta e l’Arechi, quando sente odore di rassegnazione, sa diventare tribunale severo più che salotto buono. Ora la domanda non è più se la sconfitta di Siracusa faccia male, ma se società e direttore sportivo avranno il coraggio di trasformare questo dolore in decisioni vere: perché se l’ippocampo ha ancora voglia di ruggire, è arrivato il momento di dimostrarlo, prima che sia il campo a dettare la sentenza definitiva.
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