Le 19:34, stasera orario da prepartita. Quarant'anni fa la gara era finita da un paio d'ore quando la terra tremò in Campania. Mentre i pullman di Salernitana e Cremonese faranno manovra ai varchi d'ingresso dell'Arechi, per un attimo i pensieri dei salernitani coi capelli bianchi andranno al 23 novembre del 1980. Anche quelli di Salvatore Avallone, l'unico della truppa granata attuale che visse quei momenti, le lunghe e dolorose difficoltà del post. "Una data che ci ha segnato. Ero in cucina con mio padre e mia nonna, la tv trasmetteva la sintesi della partita domenicale. C'era Juve-Inter. ricorda il team manager dell'ippocampo A un certo punto si spense la luce: un botto pazzesco, pensavamo fosse andata via la corrente. Invece tremava tutto. Io avevo 11 anni e non capivo cosa stesse succedendo. Abitavo in via Tusciano, ci riversammo tutti nell'attuale campo della SC Primavera che all'epoca era aperto. Passammo lì la notte, ci furono altre scosse e nessuno dormì. Avevamo paura, solo l'alba ci diede respiro. La nostra casa, come quella di tantissime altre famiglie, era pericolante e così, dopo un'altra notte all'aperto, ci rifugiammo nella vicina scuola di Santa Maria a Mare. Vissi lì per due anni, eravamo in sette in uno stanzone e solo dopo i Mondiali dell'82 tornammo nella nostra casa, al termine della ristrutturazione". Il 23 novembre dell'80, il terremoto. Quel giorno la Salernitana aveva pareggiato 1-1 con la cenerentola Turris al Vestuti. "Fu la solita partita di quegli anni, da... intossicarsi. Ero entrato in curva come si faceva un tempo, chiedendo il piacere a un adulto di accompagnarti", aggiunge malinconicamente Avallone.

IL DOLORE Lo stadio di piazza Casalbore sarebbe poi diventato campo di accoglienza per centinaia di sfollati. Roulotte e automobili stazionarono per settimane sul prato dell'impianto, che solo il 21 dicembre (con una simbolica vittoria sul Livorno firmata dal salernitano Pasquale Viscido) sarebbe tornato al calcio. La Salernitana beneficiò di due rinvii e non giocò contro Campobasso e Cosenza. Giovanni Zaccaro, iconico centravanti granata dal 1980 al 1985, aveva pareggiato al 90' contro la Turris che aveva segnato per prima con Capogna. "Feci gol, presi mio figlio e mia moglie e tornammo subito a casa, a Bari: all'altezza di Candela vidi persone in strada e mi dissero del sisma. Il martedì ci ritrovammo in sede con gli altri e ci fu una nuova scossa. Avemmo paura, sospendemmo tutto e lasciammo la città", ha più volte detto l'ex attaccante. L'allenatore era Lamberto Leonardi. "A volte ero io stesso a dare i premi partita: ero seduto con un giocatore, il tavolino se ne andò e poi tornò indietro. I ragazzi erano spaventati, molti non volevano più tornare. ricorda il tecnico, oggi 81enne, a proposito della seconda scossa La domenica, dopo la partita con la Turris, ero invece in macchina ed ero quasi arrivato alla stazione di Napoli. Dovevo rientrare a Roma ed ero alla guida della mia 500, mi sentii tamponare ma non vedevo nessun'altra auto. Scesi e vidi i palazzi tremare. Ricordo quei giorni con molta tristezza. Alla fine riuscimmo a tornare in campo, ma accusammo un po' la cosa e ci salvammo solo in extremis. Quel campionato fu un po' falsato per questo motivo, un po' come la pandemia oggi". C'era anche Fabio Vulpiani quarant'anni fa nell'undici anti Turris, agli ordini dell'arbitro Galbiati di Monza. Era all'alba di un personale quadriennio granata molto importante: "Ti senti impotente di fronte a situazioni del genere. Tuttavia, ho un ricordo piacevole. Mi chiesero di accogliere uno sfollato nella mia stanza d'albergo: accettai, venne a vivere con me un signore che ora non c'è più e che curava i giardini del lungomare. Quasi fu più lui a dare serenità a me che viceversa. Si creò un bellissimo affetto, mi fece quasi da padre. È l'esempio che in situazioni anormali, nel bene o nel male, trovi sempre qualcosa che ti fa crescere".

Sezione: News / Data: Lun 23 novembre 2020 alle 19:30
Autore: TS Redazione
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