Una settimana fa ci ritrovavamo a caricare l'ambiente in vista di una partita potenzialmente decisiva. Nel nostro piccolo abbiamo fatto di tutto per aiutare la Salernitana: appelli, aggiornamenti su una prevendita che procedeva a gonfie vele, interviste a vecchie glorie in grado di toccare le corde giuste in virtù di un legame speciale con la piazza e articoli in cui si invita la tifoseria intera a mettere da parte polemiche e malumori concentrandosi esclusivamente sulla salvezza. Se pensiamo, però, a quello che è stato il primo tempo della Salernitana ci facciamo prendere per davvero dallo sconforto. Non c'è una spiegazione logica: 20mila persone come non si vedeva nemmeno in serie A, tantissimi bambini sugli spalti, i discorsi della proprietà, un avversario ampiamente alla portata e si scende in campo approcciando come fosse un allenamento? Davvero verrebbe voglia di spegnere la tv e di trascorrere quei 90 minuti al lungomare con la famiglia, visto che questa gente non è in grado di rappresentarci e non merita di indossare la maglia granata. Eppure Breda dovrebbe sapere bene cosa significhi la Salernitana per un vero salernitano e quanto la gente sappia apprezzare un gruppo a prescindere dal risultato se in campo si combatte e si gioca col coltello tra i denti. Purtroppo la sua è una Salernitana impresentabile e il mancato esonero conferma due cose: Iervolino non ha imparato nulla dal passato e lo storico capitano non ha avuto il coraggio di fare un passo indietro ammettendo di aver avuto un'incidenza prossima allo zero.
Il sottoscritto, già dopo l'esonero di Martusciello (cui operato a questo punto va rivalutato, ci vuole onestà intellettuale), sperava che il trainer trevigiano potesse avere una seconda chance dopo aver guidato la Salernitana degli eroi nella stagione 2010-11, ma oggi stiamo assistendo a un qualcosa di imbarazzante sotto il profilo sportivo. 5 difensori bloccati, un terzetto in retroguardia lentissimo, un Caligara che ci sta facendo rimpiangere Maggiore, Adelaide che sbraita per una sacrosanta sostituzione senza che nessun dirigente intervenga pretendendo le scuse sotto la curva, cambi tardivi, incapacità di sfruttare la superiorità numerica (ammettiamolo, forse per la prima volta un arbitro a favore) e quel Raimondo che sbaglia l'impossibile portandoci a ribadire un concetto: il tanto vituperato Simy, con tutti i suoi limiti, non è inferiore a nessuno degli attaccanti in rosa. Ieri abbiamo letto interviste di dirigenti e calciatori, tutti pronti a smentire le voci messe in giro dai giornalisti. Poi parte della tifoseria organizzata ha emesso un comunicato invitando a prendere le distanze dai destabilizzatori.
Ci rassegniamo, dunque: a Salerno chi racconta la verità viene visto di cattivo occhio. E allora, detto senza filosofia nè giri di parole, tenetevi le promesse di Milan, i proclami di Iervolino (dalla A al rischio serie C, una società ad oggi bocciata in toto e senza nessuna attenuante), il mercato pessimo di Valentini (ci vogliamo salvare con Caligara, Guasone, Zuccon, Corazza e Raimondo?), gli orrori tattici di Breda, i comunicati di chi continua ad osannare chi andrebbe contestato e le sviolinate di qualche blog che, per motivi facilmente intuibili, persevera nella scelta di prospettare alla piazza una realtà capovolta. In fondo pensiamoci bene quando diciamo che "Salerno merita di più". Purtroppo, per colpa dei social, di questa proprietà e di un'opinione pubblica spesso non in grado di fiutare il pericolo, ci ritroviamo a tremare per un doppio salto all'indietro che potrebbe significare davvero la fine del calcio a Salerno. Ma è bastato il soliloquio di Iervolino senza contraddittorio per risvegliare il partito degli ottimisti a prescindere. Quelli che ci invitavano ad andare a mare, che volevano i romani lontano da Salerno, che vedevano nella multiproprietà un problema e in Iervolino il salvatore della patria. Chi ama i colori granata lo scenario attuale lo aveva già prospettato dopo la festa di piazza della Concordia. Ma occorrevano competenze e capacità di cogliere le piccole sfumature per rendersi conto che quel momento di gioia fosse soltanto l'inizio della fine.
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