Chi mastica di pallone e ha assaporato il sapore amaro delle ingiustizie di questo sport, sapeva già che sarebbe finita così. Perché il calcio, quello vero, non quello dei salotti buoni e delle stanze ovattate dove talvolta si decidono i destini delle squadre a tavolino, ha una sua giustizia immanente, una specie di karma che prima o poi ti presenta il conto.
E così, mentre noi a Salerno continuiamo a leccarci le ferite di quella beffa colossale che furono i playoff della scorsa stagione, quando la Sampdoria venne graziata dal Palazzo del calcio italiano per non retrocedere in Serie C, oggi siamo testimoni dello spettacolo pietoso offerto dai blucerchiati. Ultima in classifica, sette punti in dodici partite, quattro sconfitte consecutive a inizio stagione che hanno stabilito un record negativo nella storia del club, e ora di nuovo nel baratro dopo la batosta di Venezia. Ecco servita la vendetta del destino, quella che non si ordina ma che arriva puntuale come le cambiali.
Il salvataggio che puzzava
Ricordate quella pantomima della scorsa estate? Quando il campionato era finito, i verdetti emessi, e la Sampdoria retrocessa sul campo insieme a Cosenza e Cittadella, improvvisamente il Brescia viene penalizzato e i blucerchiati si ritrovano ai playout contro chi? Contro di noi, naturalmente. Contro la Salernitana che fece da agnello sacrificale per salvare un club blasonato.
Il Palazzo aveva deciso: la Sampdoria andava salvata, costi quel che costi. E così fu. Noi retrocessi, loro miracolati. E i tifosi del Genoa che organizzavano addirittura un funerale simbolico per i cugini, con bare dipinte e fuochi d'artificio, dovettero rimandare la festa.
La giustizia (im)perfetta del pallone
Ma il calcio, quello vero, non quello delle scrivanie, ha memoria lunga e senso dell'equilibrio. Oggi la Sampdoria è ultima, da sola, in fondo alla classifica di Serie B. Sette punti in dodici giornate, peggio anche del Mantova e dello Spezia che almeno provano a lottare. Una squadra senza qualità, senza idee e - come ha ammesso amaramente il loro stesso allenatore Foti - senza carattere, che gioca con la paura. Lacune strutturali, tecniche e soprattutto caratteriali che fanno di questa Sampdoria 2025-26 una delle peggiori della storia blucerchiata.
E mentre loro affondano miseramente, battuti tre a uno a Venezia nell'ultima uscita, con Ghidotti a parare miracoli e Henderson espulso, i tifosi granata possono almeno ironizzare sui social: "Gravina cambia la regola: le ultime vanno in serie A". Perché quando ti salvano per "grazia ricevuta" e poi ti ritrovi comunque all'inferno, la beffa è doppia. Quel salvataggio estivo, ottenuto non sul campo ma nelle segrete stanze, non è servito a nulla. Anzi, ha solo prolungato l'agonia, trasformando quella che poteva essere una retrocessione dignitosa con una immediata rinascita, in una stagione di umiliazioni continue.
L'agnello che ruggisce (da lontano)
Noi, intanto, siamo qui in Serie C a combattere come leoni, a soffrire e gioire per ogni pallone, a dimostrare che per emozionarsi non servono i milioni o le raccomandazioni del Palazzo. Noi che abbiamo fatto da agnello sacrificale, che abbiamo subito l'ennesima ingiustizia, possiamo almeno ridere - amaramente - vedendo che quel salvataggio imposto dall'alto si è rivelato inutile.
La Sampdoria sta naufragando lo stesso, e stavolta non ci sarà nessun santo protettore a inventarsi penalizzazioni dell'ultima ora o playout improvvisati per salvarla. Perché il campo, prima o poi, presenta sempre il conto. E quando una squadra viene salvata non per merito sportivo, il destino ha un modo tutto suo di ristabilire l'equilibrio.
Chissà se dalle parti di Genova, mentre guardano la classifica con la Samp ultima e sempre più nel baratro, si saranno pentiti di quel salvataggio. Chissà se qualcuno avrà il coraggio di ammettere che forse, solo forse, quella retrocessione andava accettata con dignità invece di costruirci sopra un castello di carte destinato a crollare alla prima folata di vento. Ma tant'è: il calcio italiano è questo, un sistema dove conta più il blasone che il merito, dove le pressioni valgono più dei punti sul campo.
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