Intervistare Alessandro Del Grosso è sempre un piacere. E spesso ci chiediamo quanto sarebbe cambiata questa stagione se, all'interno dello spogliatoio, ci fossero stati leader come lui. Uno che, per amore di Salerno e per rispetto dei tifosi, sapeva come rapportarsi con quei calciatori che palesavano scarso impegno e attaccamento alla maglia.
Non a caso la redazione di Popolo Sportivo ha intenzione di premiarlo, il prossimo 19 giugno, per la categoria "Uno di noi - bandiera granata", riconoscimento minimo per chi ha conquistato di diritto, e a vita, un posto nel cuore di tutti i salernitani. E' stata una chiacchierata a 360°: attualità, aneddoti, retroscena, un focus sul caso Dia e la mente che inevitabilmente è volata al maggio del 1999, il mese dell'amara retrocessione e - soprattutto - del dramma post Piacenza.
Bello anche un racconto familiare che l'indimenticato numero due, tra gli esterni più forti degli anni Novanta, ha voluto condividere con la nostra redazione e con i lettori. Ecco la sua intervista, dichiarazioni che potrete leggere anche sul magazine che verrà distribuito gratuitamente allo stadio in occasione della sfida contro la Fiorentina:
Partiamo dall'attualità. Che brutto vedere la Salernitana così, ultima e senza anima...
"Sto soffrendo anche io, come tutti i tifosi. Non scherzavo quando dissi che, per il bene della Salernitana, bisogna attaccare al muro chi sbaglia. Si chiama rispetto. Per chi ti paga, per chi ti sostiene, per chi spende metà stipendio per seguire la squadra del cuore in giro per l'Italia. Questi calciatori forse non hanno capito che sono dei privilegiati, che quella maglia non è per tutti.
O corri, lotti, ti impegni e anteponi il noi all'io o è meglio che resti a casa e non ti fai vedere nemmeno agli allenamenti. Ricordo Alessio Pirri. Un talento, potenzialmente un giocatore davvero forte. A volte, però, si spegneva e bisognava toccare le corde giuste. Salerno porta 4000 persone al campo per un allenamento e serve gente che abbia le palle di guardare tutti in faccia, di percepire gli umori del pubblico, di assumersi le proprie responsabilità senza scaricarle sugli altri.
Se non te la senti di convivere con le cosiddette pressioni, se non sai stare in uno spogliatoio beh...non puoi essere all'altezza della curva Sud e della Salernitana. Nei momenti di tensione, ricordo che avemmo qualche problematica con Chianese. La gestimmo all'interno, con tanti leader che incarnavano i valori della gente. Oggi...lasciamo perdere!"
Quindi è stato un errore parlare pubblicamente degli errori di Dia?
"Al contrario. Stavolta devo dire che appoggio la linea di Liverani, uno che già da giocatore pretendeva tanto dai chi scendeva in campo e si faceva rispettare. Se ne ha combinata una dietro l'altra, evidentemente chi gestiva il quotidiano arrivò a un punto di non sopportazione, tale da voler condividere con il pubblico quanto accaduto.
Per la serie "e mò hai rotto!". Sento dire che il gruppo è lo stesso della passata stagione e che non ci si spiega una metamorfosi del genere. Io ho un'idea differente: ogni annata è diversa e, a volte, basta un solo elemento di disturbo per destabilizzare un ambiente e lavorare male nel corso della settimana".
E' troppo evidente che il gruppo spaccato sia tra le principali cause del flop...
"Lo si percepisce dall'esterno, guardando le partite. Sembra quasi che scendano in campo rassegnati, con la testa altrove. Non si è creata l'amalgama, c'è poco da fare. Senza alchimia fai brutte figure anche se sei la squadra più forte del mondo. Bisognava che qualcuno facesse capire loro cosa significhi la Salernitana per i salernitani.
E' viscerale, non si spiega. Hanno gettato al vento un'occasione unica, Salerno è la piazza che ti capita poche volte nella vita. Ribadisco: bastano anche pochi elementi di disturbo per sfaldare uno spogliatoio. E, se ognuno va per conto suo fregandosene del collettivo, inconsciamente anche il più bravo ed esperto è portato a pensare "ma chi me lo fa fare a correre per loro"?. E a pagarne le conseguenze sono i tifosi, purtroppo".
Iervolino è passato da promesse in ottica Europea a silenzi e possibile cessione. Come andrà a finire?
"E' evidente che sia stata una stagione fallimentare. E credo che sia "comodo" fare promesse e poi pensare di tirarsi indietro. Forse il presidente è circondato da persone che lo consigliano male, oggi invece sarebbe il caso di trasformare la rabbia per quanto accaduto in voglia di riscattarsi e rialzarsi subito. L'inesperienza ha avuto il suo peso. Aliberti era un uomo di calcio e bruciò le tappe perchè seppe circondarsi di professionisti del settore.
Dico, però, una cosa: guai a sottovalutare la forza economica di Iervolino. Ha una disponibilità finanziaria che è merce rara al giorno d'oggi. L'auspicio è che resti al timone ritrovando l'entusiasmo dei primi mesi. La certezza è che va allestita una rosa che possa provare a risalire subito. Basta poco per trasformare il malumore in applausi. Salerno la conosciamo: chi si assume le proprie responsabilità e prova a rimediare agli errori commessi, potrà contare sempre sul fondamentale apporto della gente".
Angolo amarcord. Quella serie A del 1998-99...
"Non ho paura a dire che, dal 1999, c'è qualcuno che va a dormire con la coscienza sporca. Un po' come accade all'arbitro di Corea del Sud-Italia che, nel 2002, indirizzò la partita. C'era un rigore netto su Tedesco. Netto. Non fu fischiato, non vollero vedere. Si poteva cambiare la storia, forse quattro ragazzi sarebbero stati ancora qui con noi.
Quanto accadde su quel maledetto treno è una ferita apertissima nel cuore di tutti noi. Enzo, Ciro, Peppe e Simone erano partiti da casa, giovanissimi, per aiutarci a vincere, per inseguire un sogno, per spingere la loro Salernitana verso la permanenza in A che avremmo strameritato. E invece...che tragedia!
Negli anni successivi, sia da calciatore, sia da allenatore, posso dire che mi veniva un magone ogni volta che arrivavano le ultime giornate di campionato. La mente vola a Piacenza, al treno, alle famiglie dei ragazzi, a quei tifosi che non riescono più ad andare in trasferta per lo shock. Lo ripeto: sono venuti fino al Garilli per vedere....cosa?! Un rigore netto non fischiato e una gara decisa da situazioni anomale?".
Che rapporto ha oggi Del Grosso con la piazza?
"Speciale, indissolubile. Quando mi chiedono di parlare del ricordo più bello, sarebbe facile fare riferimento a San Siro e a quel gol spettacolare. Invece io voglio parlare, con orgoglio, dell'applauso dell'Arechi quando giocammo il derby Salernitana-Napoli. Indossavo la maglia azzurra, c'è una storica rivalità. Prevalse il rispetto. Per l'uomo, oltre che per un ex calciatore granata. Eravamo uomini, chi non ha vissuto quell'epoca non può capire. All'Arechi si creava un'alchimia pazzesca con la gente, caddero quasi tutte le big del calcio italiano in una A imparagonabile a quella di oggi. Quanti campioni! E noi scendemmo con 38 punti...che rabbia"
Sappiamo che in famiglia c'è qualcuno di speciale con cui condividi la passione per il calcio...
"E' vero. Ho mia figlia Virginia che è una grande appassionata. Quando va a giocare, mi chiede spesso consigli concentrandosi soprattutto sulla rapidità dei passaggi. Il confronto tra due generazioni diverse mi fa capire quanto sia cambiato il calcio. Ai miei tempi il terzino doveva verticalizzare subito per eludere il pressing ed evitare guai, oggi si costruisce dal basso e anche i difensori devono essere dotati di una certa tecnica.
Son convinto che mia figlia diventerà una grande tattica. Ha 12 anni ma legge le partite, le studia, è competente e curiosa. Ed è bello che il calcio femminile sia diventato un caposaldo del professionismo, senza distinzioni e pregiudizi. Certo, se poi mi chiede di insegnarle a far gol a San Siro da 35 metri si fa difficile. La domanda è: "ma come hai fatto?". Battute a parte, sono felice di condividere questa passione con le persone più care. E sarei ancora più felice di venire presto all'Arechi con lei per farle respirare il clima di una tifoseria meravigliosa. Forza Salernitana, torneremo grandi!"
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