Sfottono e non vogliono essere sfottuti, come recita un vecchio adagio. E Mentono sapendo di mentire. Soprattutto quando affermano di non aver sofferto per quel pareggio ironizzando sulla gioia dei tifosi granata. Ancora oggi, sul web," quelli che non ci calcolano proprio" sono più concentrati sulla possibile retrocessione dei granata che sullo scudetto forse più immeritato della storia della serie A, visto che nasce soprattutto dalla volontà dell'Inter di dare priorità alla Champions.
C'è chi la chiama "coppa pareggio", gli stessi che scendono in piazza quando la Juventus perde competizioni nelle quali il Napoli non è mai stato protagonista nè all'altezza. Dicono di snobbarci, eppure cantavano "tornerete in serie B" al posto di godersi una gioia che non capitava da 33 lunghissimi anni.
La verità è che Dia all'84' è stato uno dei momenti più belli della storia della Salernitana. Non solo per aver impedito ai rivali di sempre di celebrare il tricolore proprio nel derby contro la Salernitana, ma anche - e soprattutto - perchè la truppa di Paulo Sousa conquistò quel punto che serviva per raggiungere la salvezza e allontanarsi in modo definitivo dalla zona retrocessione.
E dopo giorni di provocazioni, date spostate a piacimento, palcoscenici già allestiti e divieti ai sostenitori ospiti, fu davvero bello creare attorno alla squadra un clima di entusiasmo e partecipazione collettiva senza precedenti. Più forti delle tv a pagamento che si trasformarono in Napoli Channel lasciando il microfono nel pre-partita allo speaker del Maradona, più caparbi di chi pensava di fare un sol boccone di un ospite ritenuto sgradito.
"Non ci hanno accolto in modo propriamente affettuoso" confermò Milan rientrando a Salerno, rappresentando il disappunto della società e dello staff tecnico. Tanti piccoli elementi che però aiutarono la Salernitana a tirar fuori energie inaspettate. Del resto, dopo aver pareggiato a San Siro e allo Juventus Stadium sbancando l'Olimpico per 1-3, vuoi che non si possa tentare il colpaccio a Fuorigrotta? Primo tempo equilibrato, con Gyomber a giganteggiare su Oshimen e un centrocampo che annullò i dirimpettai in maglia azzurra. Dove non arrivavano i difensori ci pensava Ochoa a metterci una pezza, confermandosi uno dei portieri più forti del mondo. Sicuramente dieci volte meglio di Meret.
Nella ripresa Olivera fa 1-0 e il Maradona canta e balla, pensando di avere i tre punti in tasca. Non avevano fatto i conti, però, con Boulayè Dia e con quel Paulo Sousa che in quel trimestre non sbagliò davvero nulla. Dia, all'84', umilia Oshimen con un tunnel e la scaraventa all'angolino, poco dopo Bohinen ha addirittura la palla per l'1-2 ma spreca da posizione ravvicinata. Nel finale, con un recupero allungato dall'arbitro senza motivi comprensibili, Simeone e Kvara provano a beffare Ochoa, ma il portiere messicano è in giornata di grazia e abbassa la saracinesca.
Alla fine Piazza Plebiscito è vuota, mentre all'Arechi in 3000 attendono il ritorno della squadra. Perchè dietro quell'1-1 - chissà se lo capiranno mai - non c'è soltanto aver beffato una rivale storica, ma anche essersi dimostrati più forti di chi trattò la Salernitana come vittima sacrificale, ritenendo fosse l'avversario ideale per festeggiare ancor prima del fischio di inizio. E qui fu una festa per amore e appartenenza, senza wc azzurri posti sotto la gigantografia di un idolo.
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