Erano passati sedici anni dall'ultima volta che la Salernitana aveva calcato i palcoscenici della massima serie. Sedici lunghi anni di purgatorio calcistico, di speranze coltivate nel silenzio , di sogni accarezzati con la delicatezza di chi sa quanto sia fragile la felicità granata.
Proprio per questo una volta conquistata questa meta così agognata, la retrocessione in Serie B con il record vergognoso di peggior difesa della storia della Serie A e la successiva caduta nell'inferno della Serie C hanno rappresentato due bocconi amarissimi da mandare giù. Due schiaffi alla dignità di una piazza che aveva saputo aspettare con pazienza infinita e che meritava ben altro epilogo.
Ciò che brucia di più, però, è l'atteggiamento degli artefici di questo disastro sportivo: mai un'ammenda sincera per gli errori dilettantistici commessi, mai una scusa sentita rivolta a chi aveva creduto nel progetto, mai un impegno concreto e credibile per riportare la squadra nella categoria dalla quale l'avevano prelevata. Solo silenzi assordanti e uno scaricabarile sulle responsabilità di questa disfatta.
Eppure, nonostante tutto questo dolore, nell'aria di Salerno si respira ancora quella passione autentica che solo chi conosce davvero il calcio può comprendere.
È in questo contesto di macerie sportive che sento il dovere di scrivere queste righe, non per alimentare sterili polemiche, ma per rendere omaggio a una tifoseria che ha dimostrato, ancora una volta, cosa significa amore incondizionato per i propri colori.
La Fedeltà oltre le categorie
I tifosi granata l’hanno sempre amata: non importa in quale categoria militi la Salernitana. Che sia Serie A, B o C, la maglia della Bersagliera rappresenta qualcosa che va oltre le classifiche e i risultati. È identità, è appartenenza, è un pezzo di cuore che batte all'unisono con quello di migliaia di altri salernitani.
Anche ora che si è materializzato il peggiore degli scenari, quella curva continuerà a colorarsi di granata. Continuerà a sostenere quei calciatori che, indipendentemente dal loro valore tecnico, hanno l'onore e l'onere di indossare una maglia che pesa come un macigno e scalda come un abbraccio materno.
Perché questa è la grandezza della tifoseria salernitana: sa distinguere tra chi merita rispetto e chi no. Sa riconoscere l'impegno autentico dalla messinscena. E ai giocatori che daranno tutto per quella maglia, che sanguineranno per quei colori, riserveranno sempre il loro sostegno incondizionato.
È vero, sui social ci sono ancora frange minoritarie di tifosi, come gli ultimi dei Mohicani, che difendono ad oltranza tutte le scelte societarie e continuano ad invitare di 'andare al mare' lasciando fare alla dirigenza. Neppure due campionati fallimentari hanno aperto loro gli occhi, ma d'altronde quando si è sulla spiaggia è più difficile vedere il naufragio.
L'amarezza di occasioni sprecate
Fa male, tremendamente male, ripensare a come tutto questo si sarebbe potuto evitare. Una dirigenza che era stata accolta a braccia aperte, con il calore e l'entusiasmo che solo Salerno sa esprimere, ha progressivamente dissipato questo capitale di fiducia con una serie ininterrotta di scelte sbagliate, dilettantesche, lontane anni luce dalla professionalità che una piazza come la nostra meritava.
Non si tratta del senno di poi. Gli errori erano evidenti già mentre venivano commessi ed erano stati segnalati tempestivamente e a gran voce da tutti gli allenatori, a cominciare da Sousa fino all'attuale mister, ma sono restati e restano tutt'ora inascoltati. La mancanza di una visione strategica, l'improvvisazione, l’aver seguito i suggerimenti degli “uomini di mondo” hanno creato un clima di instabilità che ha trascinato nel baratro squadra, staff e tifoseria.
Il rammarico per le promesse tradite
Particolarmente doloroso è il capitolo che riguarda l'ultimo direttore sportivo. Aveva iniziato bene, molto bene. Aveva riacceso speranze, aveva fatto intravedere competenza e metodo. Sembrava finalmente arrivato l'uomo giusto al momento giusto e lo avevamo evidenziato in quest'articolo.
Poi, gradualmente, tutto si è sgretolato. I famosi "diktat" di vendere prima di comprare hanno preso il sopravvento ancora una volta sulla logica calcistica e anche lui si è dovuto piegare ad essi. Il risultato? Una squadra pesantemente incompleta che si presenta al nastro di partenza di quel campionato che avrebbe dovuto impegnarsi a vincere mani basse.
Non si può pensare di competere avendo come unico obiettivo quello di ridurre i costi, dimenticandosi che il calcio è fatto di equilibri delicati che richiedono tempo, investimenti mirati e, soprattutto, una strategia coerente.
Il futuro della Salernitana
Qualunque cosa accada nel prossimo futuro, una certezza rimane salda: la Salernitana è più forte di chi la gestisce pro tempore. È più grande delle ambizioni personali di questo o quel dirigente. È più resistente degli errori di chi l’ha fatta precipitare in Serie C.
I calciatori che scenderanno in campo con la maglia granata sanno di avere alle spalle una tifoseria pronta a sostenerli, purché dimostrino di meritarselo con l'atteggiamento, con la determinazione, con quella fame che deve contraddistinguere chi ha il privilegio di rappresentare una città intera nel momento più buio della sua storia recente.
Perché Salerno non perdona l'incapacità, ma sa essere generosa con chi ci mette il cuore. Non accetta i compromessi, ma abbraccia chi lotta fino all'ultimo respiro.
La Salernitana è caduta, ma si rialzerà. Come ha sempre fatto. Come sa fare solo chi ha nel proprio DNA la forza di una tifoseria che è, prima di tutto, una grande famiglia.
E in una famiglia, nei momenti difficili, ci si stringe ancora di più.
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